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Leo Ulloa: cuando el indio llora

C’è un uomo, nel Leicester dei miracoli, che raramente ha trovato spazio sulle copertine. Eppure, in quella stagione era il talismano di Ranieri. Questa è la storia di Leo Ulloa, El Indio.

È una gelida sera di febbraio, il 27 per essere precisi, al King Power Stadium di Leicester. Le Foxes di Ranieri vengono dalla sconfitta, in rimonta, all’Emirates contro l’Arsenal. Tutti si aspettano di vederli mollare quel primo posto tanto faticosamente conquistato con tre vittorie di fila nelle giornate immediatamente precedenti. Nell’ordine, Stoke City, Liverpool e Manchester City (all’Etihad) erano cadute per mano di Vardy, Mahrez, Kanté e compagni. Sono questi i ragazzi copertina. Loro stanno facendo vivere un sogno ai tifosi non solo del Leicester, ma di tutta Europa. Compresi i due che, prima dell’inizio della stagione, avevano scommesso sulla vittoria della Premier League delle Foxes, di un club che si era salvato per miracolo pochi mesi prima.

Il fortino dei Canaries, però, quella sera non ne vuole proprio sapere di cedere. Anzi, il Norwich ha rischiato in un paio di circostanze di giocare un brutto scherzo alla capolista. Al minuto settantotto, Sor Claudio decide per una sostituzione tattica. Fuori il giovane terzino destro ghanese Daniel Amartey, dentro l’attaccante argentino Leo Ulloa.

Cuando El Indio llora

“La fe del indio que demuestra con el llanto

La fe la sale el sol para mirar

Porque su desdén está en su pensamiento

Con el dolor su gran amor ha de borrar

Y se convierte en la nota de la tela

Junto a la tribu de homenaje a su señor

Hay en su gemido un hondo pensamiento

Que admirara al recordar todo su amor”.

Francisco Canaro, “Cuando El Indio llora”

L’Argentina è una terra immensa. A causa della sua geografia politica, si distende da nord a sud, attraversando la Patagonia e la Tierra del Fuego, a braccetto col Cile. Proprio nelle distese delle pampas, a General Roca, nasce il 26 luglio 1986 Leonardo “Leo” Ulloa.

L’Argentina è anche la patria del tango e, fra i suoi interpreti più famosi, c’è proprio quel Francisco Canaro, nato Canarozzo, che canta il pianto dell’indio. Nell’opera sopracitata, la fede, il dolore e la passione della sua tribù, l’indio le mostra attraverso la fluidità dei dotti lacrimali.

Deve aver pensato questo Leo Ulloa, in quello che è stato il suo ultimo pianto nel febbraio del 2020, un mercoledì d’allenamento come tanti alla Ciudad Deportiva Fundación Rayo Vallecano. Il crociato del ginocchio sinistro che salta, una carriera che potrebbe essersi interrotta per sempre.

Poi, la pandemia e il ritorno in Argentina. Lui che, da roquense purosangue, non perde occasione per andare a regalare un po’ di gioia ai bambini della sua città natale. Lo slittamento dei campionati gli consente di tornare con più calma. In questa stagione, pur non avendo timbrato lo score, si stava pian piano ritagliando maggiore spazio nel suo Rayo, in una Segunda División molto combattuta. Fino a novembre, quando è parso chiaro che il club lo ritenesse fuori dal progetto tecnico.

Gli spagnoli l’avevano prelevato dal Pachuca, in Messico, per farne il totem offensivo della squadra. Un centravanti vincente, d’esperienza, per tentare la risalita in Liga. Le cose non sono andate come si sperava, ma di difficoltà, ripide salite e fugaci discese, Leo Ulloa nella sua giovane esistenza ne ha vissute tante. Lui, sacerdote indio del tempio dell’area di rigore, al futbol non avrebbe proprio dovuto giocare, destinato com’era dal padre a tutt’altro. Ma la sua carriera ha voluto dirci che i pianti e le gritas possono essere anche e soprattutto di gioia.

Leo Ulloa: El Carpintero

“La verità è che mi diverto tantissimo. Con mio padre Adrian guardavamo moltissimo il calcio spagnolo e inglese. Sarebbe bello vederti lì, mi diceva (mi viejo ndr). E adesso sono proprio qui, in Premier, a giocare con e contro i migliori del mondo”.

Leo Ulloa, intervista a El Grafico, 16 novembre 2014

Certo che per un falegname di Roca General deve essere difficile sognare per il proprio figlio un futuro così diverso. Lo stesso Don Adrian, del resto, se la prendeva molto con Leo, quando il ragazzo insisteva di non voler perder tempo nella bottega di famiglia poiché doveva allenarsi. “E dove vorresti andare?” – gli diceva – “in Europa, forse?”

Sì, in Europa. Ma prima c’è da farsi valere nel C.A.I, la Comisión de Actividades Infantiles, club della provincia di Rivadavia, in Patagonia.

Non era stato facile strappare la promessa di un contratto. Quell’estate, il diciassettenne Ulloa sarebbe dovuto passare alle giovanili del Boca, ma non ci fu accordo fra gli Xeneizes e la sua società di Roca General. Quando Leo si reca nella falegnameria del padre per dargli la notizia, Adrian la prende malissimo. Ma Leo non molla.

Gli passano davanti le giornate al barrio de Quinientos Viviendas e tutte le volte che con gli amici d’infanzia, piuttosto che rigare dritto, si andava a scavalcare la rete di protezione intorno al campetto della chiesa mormone del posto. Perché era quello l’unico luogo dove giocare, se non in strada, con due porte e un qualcosa che somigliasse a delle reti. Lì cresce Leo e sviluppa una tecnica votata alla pratica, una in particolare: il gol.

Leo Ulloa: El Talisman

Rivadavia è molto lontana dalla capitale. Ma nei viaggi interminabili per raggiungere Buenos Aires e giocare contro gli altri club della Primera B Nacional, Leo e i compagni sono soliti intrattenersi in prolungate sessioni di allenamento, davanti agli occhi degli osservatori, che hanno così più tempo per conoscere le doti tecniche degli atleti.

Si fanno avanti dapprima gli osservatori dell’under-17 albiceleste, che lo invitano ad uno stage con la Selección. In un secondo momento, nel 2005 precisamente, sono il San Lorenzo e il Racing Club ad offrire un contratto all’attaccante. Con gran parte della famiglia tifosa del Ciclón, la scelta non può che ricadere sul club caro all’attuale papa Bergoglio.

Comincia con il San Lorenzo la sua fama di “talisman”. Vince il Clausura del 2007 con una plantilla di cui faceva parte gente come El Pocho Lavezzi, Cristian Ledesma, Jonathan Bottinelli e Agustín Orión in porta. Successivamente passa in prestito all’Arsenal de Sarandí, fa parte della rosa che vince il torneo Sudamericano 2007, con El Papu Gómez punta di diamante. Un inizio carriera con il massimo dei risultati, pur senza essere protagonista. Un destino che tornerà. Col tempo però il suo nome finisce sul taccuino dei club europei.

Stagione 2008-09, ci crede il Castellón in Segunda spagnola e lui ripaga con 30 gol in due stagioni. Ulloa si trasferisce quindi all’Almería per un milione di euro, rimpinguando le casse del club che aveva puntato per primo su di lui in Europa.

Segna persino il gol del pareggio in una partita contro il Real Madrid, ma il club retrocede. Con l’Almeria torna quindi in Segunda, dove realizza 28 gol in 38 partite nella stagione 2011-12, accendendo le sirene inglesi.

Deve attendere però un’altra stagione nel purgatorio spagnolo, a causa di offerte ritenute poco congrue dalla dirigenza dell’Almería. La nuova avventura si chiama Brighton. In Championship, nella città vacanziera per i londinesi, sono 23 reti in due stagioni, che gli valgono la proposta del Leicester in Premier League.

Qui la storia cambia ancora, in meglio. Con gli 11 gol di Ulloa e l’avvento in panchina di Claudio Ranieri, le Foxes trovano un’insperata salvezza in rimonta nella stagione 2104-15. Nell’annata successiva accade qualcosa. El Talisman si illuminerà altre 6 volte, perlopiù sfruttando i minuti concessi dalla panchina. Ma saranno gol pesanti, decisivi.

The Earthquake goal

Curioso come la scienza e il calcio talvolta si intreccino. I sismologi dell’Università di Leicester controllano abitualmente dei sismografi piazzati poco lontano dal King Power Stadium. Quella sera del 27 febbraio 2016 la terra avrebbe tremato.

Leo Ulloa è entrato da 10 minuti quando l’algerino Riyad Mahrez conduce palla sulla trequarti. “Albrighton to his right”, suggerisce il telecronista in diretta. “The pass to Albrighton”, l’azione si sviluppa sulla destra, col centrocampista del Leicester che cerca il fondo del campo per far partire un cross radente al centro dell’area. Si getta sul pallone Jamie Vardy che sfiora la sfera. Ma un istante dopo: “Ulloaaaaa!!!”. Impazzisce il telecronista, mentre lo stadio esplode e i sismografi fanno registrare un movimento anomalo. “The Earthquake goal” verrà ribattezzata la rete del Tanque della Patagonia, che sbuca sul secondo palo e appoggia in rete il pallone che piega le resistenze dei Canaries.

Leo Ulloa non si fermerà lì. Nella gara contro il West Ham, al termine di una striscia di cinque vittorie di fila delle Foxes, i suoi sono sotto 2-1 al novantesimo, quando conquistano un calcio di rigore. Si incarica della battuta proprio l’indio roquense e fa 2-2 in pieno recupero. Un punto d’oro per mantenere la testa della classifica e il morale alle stelle.

Epilogo

Il primo maggio 2016 il Leicester pareggia contro il Manchester United. Il giorno successivo, per tenere vive le speranze di titolo, il Tottenham deve battere il Chelsea. Non ci riuscirà. Il 2-2 finale consegna matematicamente il titolo al Leicester, il primo della sua storia. Un miracolo sportivo che è frutto di un progetto tecnico solido e dell’overperforming di alcuni giocatori, come i difensori Wes Morgan, capitano di origine giamaicana, e Robert Huth, uno che al Chelsea avevano cacciato a pedate.

Di Jamie Vardy, Kanté, Mahrez, Drinkwater si è parlato abbastanza. Solo l’eroe di Stocksbridge sarebbe rimasto in casa Leicester. Kanté e Mahrez hanno rivinto la Premier con Chelsea e City e si troveranno di fronte nella prossima finale di Champions League. Dopo la stagione successiva, in cui Ulloa viene messo da parte, l’argentino torna in prestito, nel mercato invernale, a Brighton.

Il suo lungo peregrinare, lo porterà in Messico al Pachuca e di nuovo in Segunda Division spagnola, dove la sua esperienza europea era cominciata, stavolta al Rayo Vallecano, probabilmente a chiusura del cerchio di una carriera che è andata ben oltre le aspettative.

Da falegname a talismano, dalle lacrime di gioia per un gol a quelle di nostalgia per la sua terra, oppure versate a causa di un infortunio che ne ha compromesso la carriera. Tutto ciò che è stato è che è Leo Ulloa su un campo da calcio e nella vita, viene racchiuso nella genuinità del suo sorriso e delle sue emozioni. Ed è grazie a calciatori come lui, che non strappano la copertina ma che si fanno trovare pronti al posto giusto, nel momento giusto, che qualche volta si vincono campionati. Against all odds.


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Immagine di copertina tratta da: el Futebol Portenho

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