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Heysel, 29.05.1985

Gli eventi dell’Heysel, in quel maledetto giorno di maggio, scelto per la finale di Coppa dei Campioni, segnarono indelebilmente il calcio.

Come può una giornata adibita a festa, trasformarsi in un massacro, se non per l’elevata cattiveria e non curanza di molti uomini, i quali avevano nelle proprie mani il destino di tanti loro simili, giunti in massa nella capitale belga solo per ammirare la propria squadra, o più semplicemente, per godere del gioco di due grandi squadre. L’Heysel divenne sinonimo di tragedia.

Retrospettive

La tragedia dell’Heysel nei volti delle persone. ( Fonte: Quotidiano Piemontese)

In trentanove caddero, lasciando un vuoto immenso nel cuore dei loro cari.

Il più piccolo si chiamava Andrea Casula.

Avrebbe compiuto undici anni ad agosto, invece venne schiacciato da piedi che avrebbero dovuto saltare di gioia.

Un bambino non dovrebbe mai morire.

Andrea aveva raggiunto l’Heysel insieme al padre, Giovanni, anche lui vittima della furia degli hooligans, dell’inefficienza delle forze dell’ordine belghe e della disumana non curanza dell’UEFA.

Il sogno di ammirare quei giocatori, solo sfiorati in domenicali sogni via etere, svanito nella maniera più violenta.

Roberto Lorentini era riuscito a salvarsi, poi, vide un bambino inerme nella calca, secondo alcune testimonianze proprio Andrea Casula, quindi decise di aiutarlo. Roberto, padre di due figli e medico di professione, morì nel tentativo di salvare un’anima. L’anno dopo verrà insignito della medaglia d’argento al valor civile.

In quel maledetto giorno del 1985, c’è spazio solo per la disperazione e l’angoscia: alcuni riescono a scappare, riversandosi in campo o negli spogliatoi, altri vengono manganellati per aver oltrepassato le barriere. Chi si è salvato, vive l’atroce pensiero di aver calpestato altri tifosi.

La furia degli hooligans trovò il suo apice nell’indifferenza delle istituzioni, le stesse che avrebbero dovuto evitare questo massacro.

L’ecatombe poteva essere scongiurata.

Una strage evitabile

La tragedia sugli spalti. ( Fonte: Corriere della Sera)

Francesco Caremani, nel suo libro Heysel. Le verità di una strage annunciata, tratta in maniera molto approfondita le vicende legate alla strage in questione. Per spiegare meglio la questione, eccovi uno stralcio di un’intervista all’autore, realizzata da Alberto Mauro:

Innanzitutto il settore Z non esisteva perché c’erano X, Y e Z come M, N e O per gli juventini. Quindi creano il settore Z con una rete da giardino, vendono questi biglietti e lì non dovevano esserci le famiglie italiane, se le metti di fianco agli hooligans deve esserci la polizia. Se vedi che succede quello che succede intervieni prontamente ed eviti la strage. È stato scelto lo stadio sbagliato visto che era in ristrutturazione e gli hooligans hanno potuto armarsi in un cantiere lì vicino. Uno stadio dove c’era già stato un morto. Quello che ho sempre detto è che la UEFA e le istituzioni sportive belga sono stati i mandanti, gli hooligans gli assassini materiali di 39 persone, cioè hanno disorganizzato l’ordine pubblico. Questo è spaventoso.

Francesco Caremani, tratto dal sito “www.saladellamemoriaheysel.it

Le responsabilità

Punto primo: l’Heysel non poteva ospitare nessun evento sportivo, figurarsi una finale di Coppa dei Campioni. Decrepito, con gradinate facilmente smantellabili ed utilizzabili come oggetti da lanciare. Reti di divisione tra settori inutili, gli accessi allo stadio inadeguati.

Punto secondo: le forze dell’ordine erano poche e non mossero un dito per tutelare persone che avrebbero dovuto salvare. I controlli furono inesistenti per gli hooligans, ormai sbronzi dalla vigilia del match e così, questi ebbero campo libero.

Punto terzo: l’UEFA, attraverso il suo osservatore ufficiale Gunter Schneider, dichiarò: “Solo i tifosi del Liverpool erano responsabili. Su questo non c’è dubbio”.

Uno scaricabarile fraudolento e ipocrita, quando invece, oltre a non far giocare la partita lì, le istituzioni preposte avrebbero dovuto suddividere diversamente i settori: lo “Z”, inizialmente predisposto per gli spettatori neutrali belgi, subì un’irrefrenabile bagarinaggio, ma il discorso non cambia, perché, accanto agli hooligans, non potevano essere posizionate famiglie o neutrali, tantomeno i tifosi italiani, vittime dell’ingordigia dei venditori di tagliandi, disposti a far sborsare loro cifre quintuplicate.

Una tale decisione fece intendere quanto le istituzioni ignorassero le modalità d’assalto delle tifoserie inglesi.

Perché?

Istanti di violenza. ( Fonte: RaiSport)

Come detto da Caremani stesso, sull’Heysel hanno scritto tutto quel che si poteva. Personalmente, ho deciso di non ricapitolare ogni avvenimento appunto per questo motivo.

L’Heysel continua anche oggi ad essere oggetto di derisione da parte di troppi invertebrati dei sentimenti e dell’umana empatia, quindi mi chiedo, perché un essere umano dovrebbe fare dell’ironia sulla morte di trentanove suoi simili? Le risposte sono nascoste nell’anima oscura di queste persone e lì marciranno.

Vi lascio con alcuni versi, scritti da Domenico Laudadio, che potete trovare sul sito www.saladellamemoriaheysel. Non dimenticate mai quei trentanove esseri umani, perché, su quegli spalti, poteva esserci chiunque.

Perché per trovare un senso a quella Coppa dei Campioni

bisognerebbe annodarle intorno una sciarpa bianconera

ed amarla in un modo speciale, di più di tutti gli altri trofei

esponendola al centro di un’altra sala, circondata dalle fotografie

di chi ha ceduto il respiro al tramonto, quella sera…

Perché ?

Perché l’unico sentimento dopo quella ingiustificabile sciagura

può accucciarsi nel nostro amore per tutti gli esseri umani,

nel rispetto e nella memoria di chi è oltre le nuvole,

dove forse soltanto Dio può muoversi realmente a pietà

anche verso i carnefici…

Fate leggere queste parole a chi vomita slogan privi di rispetto per le vittime, non rimanete in silenzio, altrimenti, se anche voi non muovereste un dito, sareste complici di un tale sfregio.


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Fonte immagine di copertina: Associazione familiari vittime dell’Heysel.

Di Luigi Della Penna

Classe 1996, mi definisco un cacciatore di storie e un mendicante di emozioni. Il calcio è vita, ma un'esistenza senza football non sarebbe la stessa cosa.

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