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Corea del Nord 1966, storia di una strana outsider

Come ha fatto la Corea del Nord a diventare la prima squadra asiatica a raggiungere i quarti di finale della Coppa del Mondo?

Quando si parla di Corea del Nord solitamente la prima immagine che salta in mente è quella di una nazione isolata e impenetrabile, avvolta da quell’alone di mistero che caratterizza ciò che ci affascina fatalmente in quanto non compreso e non comprensibile. Tale senso di distanza, percepito ogni qualvolta si tende ad approcciare un argomento o un costrutto sociale ostico, ha comportato la creazione di una barriera di inaccessibilità, tanto sul piano ideologico quanto su quello culturale, che solo in brevi frangenti è stato possibile infrangere.

Uno di questi momenti è avvenuto circa 60 anni fa. In tale occasione la Corea del Nord ha avuto i riflettori di tutto il mondo puntati addosso, non più per motivazioni politiche o belliche. Per la prima volta quel nebbioso velo di mistero che cela questa nazione è stato squarciato. Il merito spetta ad una squadra straordinaria, la Kangsŏng Daeguk di Myung Rye-Hyun, che nella Coppa del Mondo del 1966 è entrata negli annali del calcio, nonché nel cuore di migliaia di tifosi, tramite un’impresa storica e inaspettata che andremo ad esplorare nelle prossime righe.

Strano sin dall’inizio: la formula del Mondiale 1966

L’impresa della Nazionale nordcoreana assume contorni ancora più mitici se si considera che, nonostante la sua fondazione nel 1945 e l’ingresso nella FIFA dal 1958, prima del girone di qualificazione al Mondiale quest’ultima avesse giocato solo 4 partite!

Alla mancanza di esperienza internazionale si deve aggiungere l’elevata diffidenza con cui la FIFA guardava alle numerose neonate nazionali di calcio provenienti da Africa e Asia. Il regolamento prevedeva infatti che fosse ammessa una sola squadra sulle 19 iscritte provenienti dai due continenti sopracitati. Esse avrebbero dovuto prima superare un turno di qualificazione continentale, per poi scontrarsi con la vincitrice dell’altro mini-torneo. Le 15 squadre africane furono suddivise in 6 gironi, le cui vincenti si sarebbero dovute sfidare in gare di andata e ritorno. Solo tre compagini avrebbero raggiunto la fase finale, e la prima nel gironcino avrebbe incontrato la migliore del raggruppamento asiatico.

La CAF (Federazione Calcistica Africana) chiese che la migliore squadra africana si qualificasse direttamente al Mondiale, senza lo spareggio interzone. La FIFA rigettò la proposta, provocando l’ira della CAF che per tutta risposta decise di boicottare il Mondiale, ritirando tutte le rappresentative africane.

Per rendersi conto di quanto cervellotico fosse il regolamento basti rivolgere lo sguardo alla zona asiatico-oceanica. Inizialmente composto da sole 4 squadre, questo girone comprendeva le due Coree, l’Australia e persino il Sudafrica. Le sorprese non tardarono a manifestarsi. Il Sudafrica subì l’esclusione a causa dell’apartheid, mentre a causa di problemi logistici la Corea del Sud alzò bandiera bianca. Il torneo avrebbe dovuto svolgersi in Giappone, ma ebbe luogo in Cambogia. Fu il capo di stato Norodom Sihanouk, alleato di Kim Il-Sung, a concedere la possibilità di giocare a Phnom Penh.

E alla fine restarono in due

Restarono solo Corea del Nord ed Australia a giocarsi l’accesso alla Coppa Rimet in un doppio confronto. Gli asiatici ebbero vita facile contro gli australiani, ancora poco avvezzi a simili palcoscenici. All’andata i gol di Pak Doo-Ik e Pak Seung-Zin aiutarono i nordcoreani a stravincere 6-1, rendendo il ritorno una pura formalità per il Chollima (mitologico cavallo alato che dà il soprannome della Nazionale nordcoreana). Grazie al 9-2 complessivo la formazione asiatica si qualificò ad un Mondiale per la prima volta nella sua storia.

Negli anni ’60 calcio e politica sono argomenti fortemente intrecciati tra loro. La Guerra di Corea aveva diviso la penisola in due parti, a nord comandata dai comunisti e supportata dall’Unione Sovietica, a sud dai capitalisti e spalleggiata dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite. Fu per questo motivo che l’Inghilterra, membro ONU e organizzatrice della Coppa Rimet, non riconobbe la legittimità dello Stato nordcoreano.

Di conseguenza si doveva evitare di creare un precedente che desse la possibilità a Stati non unanimemente riconosciuti di partecipare alle successive manifestazioni calcistiche intercontinentali. Gli inglesi decisero di non sventolare la bandiera dello stato asiatico né di suonare l’Aegukka, l’inno nazionale nordcoreano. Il compromesso, onde evitare incidenti diplomatici, fu un mondiale silenzioso. Si optò infatti di suonare gli inni nazionali solo in occasione della partita inaugurale e della finale – ritenuto un risultato irraggiungibile per il Chollima. Venne tuttavia mostrata la bandiera nordcoreana, avvenimento che gli stessi calciatori definirono, nel documentario di Daniel Gordon The Game of Their Lives, “motivo di grande orgoglio”.

Inizio complicato per la Corea del Nord

Prima del volo per l’Inghilterra, l’allora capo di Stato Kim Il-Sung incontrò i calciatori nordcoreani chiedendogli di “vincere almeno una partita per onorare il paese”.

I nordcoreani, consci di non avere tante possibilità e di dover dare il massimo, si allenarono con metodi rigidi e severi. L’allenatore Myung Rye-Hyun li costrinse a lunghe corse ogni giorno per migliorare la resistenza e alla cavallina per aumentare le capacità di salto – data anche la differenza d’altezza con gli avversari – oltre che a ore ed ore di tattica, poiché tutti dovevano essere in grado di poter coprire qualsiasi ruolo.

Inserita nel girone 4, la Corea del Nord pescò l’Italia di Mazzola, Facchetti e Rivera, l’Unione Sovietica del Ragno Nero Lev Yashin e il Cile in cui spiccavano il capitano goleador Leonel Sánchez e un giovanissimo “Don Elías” Figueroa.

Si trattava senza dubbio di un girone quantomeno proibitivo, per blasone e risultati recenti degli avversari. L’Italia si fregiava dei due mondiali conquistati negli anni Trenta, mentre l’URSS fu campione d’Europa nel ‘60 e vice-campione nel ‘64. Il Cile, infine, era reduce dal terzo posto della rassegna iridata precedente.

Il Mondiale si aprì con la cocente sconfitta 3-0 contro l’URSS, ma si poté individuare un aspetto positivo. La rappresentativa nordcoreana alloggiò a Middlesbrough, città operaia la cui squadra di calcio veste gli stessi colori del Chollima. È forse per questo motivo che i tifosi del Boro presero in simpatia i nordcoreani, i meno quotati del girone, e li supportarono.

Gli asiatici sono chiamati a fare risultato contro il Cile per scampare l’immediato ritorno in patria, ma dopo il rigore messo a segno dal cileno Marcos tutto sembra presagire l’eliminazione. La Corea, però, ci prova, gioca bene e attacca. Così, poco prima dello scadere, il capitano Pak Seung-Zin – con uno straordinario tiro al volo – pareggia la partita mettendo a segno il primo gol della propria Nazionale in un Mondiale. Il giorno seguente, il sindaco di Middlesbrough Alderman Jack Boothby, invitò tutta la squadra a ricevimento. La rappresentativa asiatica, in segno di riconoscenza, cantò una canzone chiamata Calda Amicizia.

L’impresa

Quello che succede il 19 Luglio 1966 all’Ayresom Park di Middlesbrough assume i contorni del miracolo.

Il passaggio del turno degli uomini di Fabbri è dato per scontato visti i nomi altisonanti a disposizione. Gli Azzurri tuttavia, complice anche la prematura uscita dal campo di capitan Bulgarelli, sprecano numerose occasioni per portarsi in vantaggio.

La svolta arriva al 42′: Ha Jung-Won scodella in area e trova Pak Doo-Ik che mette in rete portando i suoi in vantaggio.

La reazione degli Italiani è però poco ragionata, tutti cercano l’azione personale anziché giocare di squadra. È qui che la “comica di Ridolini” – termine usato da Valcareggi per descrivere i nordcoreani alla vigilia dell’incontro – si dimostra più forte, spinta dalla voglia di rendere fiero il loro grande leader e di difendere la reputazione di un popolo intero. Nel secondo tempo l’Italia attacca a testa bassa, ma un grandioso Li Chan-Myung tiene a galla i suoi che giocano di ripartenza e sfiorano più volte anche il raddoppio.

La storia è scritta. La Corea del Nord è la prima nazionale asiatica ad accedere ai quarti di finale del Mondiale, a discapito della nazionale Italiana che, di ritorno a Genova, viene accolta dai tifosi con insulti e un fitto lancio di pomodori marci.

La stampa italiana conierà successivamente il termine “un’altra Corea” per descrivere una vera e propria disfatta. Ciò che descrive al meglio le sensazioni provate all’epoca nel Belpaese riguarda Pak Doo-Ik. Nelle settimane successive all’eliminazione azzurra girò voce che il mattatore degli Azzurri fosse dentista di professione. In realtà l’attaccante era caporale dell’esercito e, una volta tornato in patria, venne celebrato come un eroe e per questo promosso a sergente.

Appunto, una volta tornato. Gli uomini di Myung Rye-Hyun il 23 luglio sono chiamati a sfidare il Portogallo della “Pantera Nera” Eusébio, già autore di 3 gol e giustiziere del Brasile di Pelé, uscito clamorosamente ai gironi.

Sogno sfumato

Quasi nessuno pensava che avessero speranze ma, spinti dai 3’000 tifosi del Middlesbrough approdati a Goodison Park, gli asiatici affrontarono il match più importante della loro storia senza paura, facendo palpitare il mondo intero.

La bordata di Pak Seung-Zin e le marcature di Li Dong-Woon e Yang Seung-Kook portarono sul 3-0 il Chollima. Estasi nordcoreana, dramma portoghese.

Il destino sembra scritto, ma l’inesperienza gioca un brutto scherzo: in seguito al sussulto di Eusébio gli asiatici iniziarono a commettere errori evitabili e numerosi interventi fallosi, anche in area di rigore. I lusitani ne approfittarono ed Eusébio, considerato al tempo il miglior calciatore del mondo insieme a Pelé, fece 3-2 dal dischetto.

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I nordcoreani dopo appena un tempo sono stremati, non riescono a gestire il vantaggio e continuano a cadere negli stessi errori. La Pantera Nera è incontenibile e al 57’ scaglia un bolide da posizione defilata pareggiando i conti. La rimonta è completa dopo altri tre minuti. Eusébio subisce fallo in area e trasforma il secondo penalty dell’incontro, nonché poker personale. Il 5-3 di José Augusto chiude i giochi, ma dagli spalti gli applausi sono tutti per la Nord Corea.

Corea del Nord: fuori dai Mondiali, ma nella storia

Per anni circolò la voce secondo cui la Nazionale nordcoreana, di ritorno a Pyongyang, fosse stata arrestata dalle autorità statali a causa dei festeggiamenti eccessivi dopo la vittoria sull’Italia. Furono gli stessi giocatori a smentire la notizia. Al contrario, essi raccontarono di una grande accoglienza: il popolo li celebrò come degli eroi nazionali.

Inoltre, grazie al documentario The Game of Their Lives, nel 2002, agli autori di tale impresa venne concessa la possibilità di tornare a Middlesbrough. Lì poterono tornare indietro con la memoria e rivivere l’iconicità del loro percorso. Ad Ayresome Park, stadio del Boro fino al 1995, sorse un monumento in onore del leggendario gol di Pak Doo-Ik, ricordato come uno dei gol più significativi della storia del calcio.


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Di Alessandro Scognamiglio

Nato nel Luglio del 2000, comincio a scrivere di calcio nel marzo 2022. Sin da piccolo nutro un amore smisurato per il calcio, le telecronache e la geopolitica.

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