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Bielsa: “Newell’s carajo!!!”

Bielsa lo chiamano “El Loco” perchè stava quasi tirando una granata ai tifosi del Newell’s Old Boys. Insieme hanno vinto due campionati argentini. E quella Libertadores del 92’…

E’ il 26 febbraio del 1992 e il Newell’s Old Boys di Marcelo Bielsa sta per iniziare il suo percorso nella Copa Libertadores per la quale si è guadagnata l’accesso vincendo la Primera Division argentina nel luglio precedente battendo in finale il Boca Juniors.

Risultato ottenuto alla sua prima stagione da allenatore della Lepra, i “lebbrosi” che con le “canaglie” del Rosario Central dividono esattamente a metà i cuori degli abitanti di Rosario

La stagione in corso però non è all’altezza delle attese. Il Newell’s stenta in campionato e le prime posizioni sono ormai distanti. Sono in molti convinti che i rossoneri del Parque Independencia hanno investito le loro aspettative proprio nella Copa Libertadores. In caso contrario non si spiegherebbe il calo di prestazioni e risultati in campionato di una squadra che aveva stupito e appassionato non solo i tifosi del Newell’s, ma molti osservatori neutrali.

Quella sera però non c’è nulla che va per il verso giusto. Il San Lorenzo strapazza con un umiliante sei a zero gli uomini di Marcelo Bielsa.

Acosta, Ponce e Rossi, guidati dalla straordinaria regia di Gorosito, entrano come un coltello nel burro nella difesa del Newell’s, dove Berizzo, Gamboa e Pochettino sembrano dei ragazzini timorosi e spaesati.

In Argentina perdere due partite di fila è “crisi”, perderne tre è un’apocalisse. Perdere in casa con uno score del genere semplicemente inaccettabile.

Quasi tutti chiedono la testa di Bielsa

Memoria e riconoscenza sono le parole più inutili e vane del vocabolario calcistico. Il potere delle Barras bravas in Argentina è conclamato. E il Newell’s non fa differenza.

Una ventina dei più esaltati si presenta nei pressi dell’abitazione di Bielsa. Chiedono in maniera veemente (eufemismo) le sue dimissioni.

Marcelo Bielsa esce dalla porta di casa:

“Se non vi togliete dalle palle, tolgo QUESTO anellino e poi la tiro in mezzo a voi”.

Avrà detto più o meno così Marcelo Bielsa ai tifosi del Newell’s

I facinorosi rimangono un attimo spiazzati. Poi guardano la mano sinistra di Bielsa. In mano ha una granata. Nel giro di pochi istanti tutto torna assolutamente tranquillo. Gli “ultras” del Newell’s se ne vanno.

Il commento tra loro è uno solo: “Esto es loco”.

Da quel giorno per il mondo del calcio, Marcelo Bielsa è “El Loco”. Marcelo Bielsa, aldilà di questo atteggiamento duro e apparentemente disincantato in realtà sta soffrendo molto per la situazione del suo Newell’s, passato da essere un gioiellino ammirato da tutto il mondo del calcio argentino ad un’insieme confuso e inefficace. E poi lui è prima di tutto un hincha della Lepra e anche per questo motivo la situazione è per lui inaccettabile.

La svolta tattica

Bielsa prende una stanza in un albergo, vi si richiude dentro per due giorni interi che passa a studiare, a rivedersi tabellini e partite, schemi e programmi di allenamenti. Quando ne esce ha partorito una nuova idea di calcio e uno schema rivoluzionario quanto coraggioso e affascinante: il suo 3-3-1-3 che diventerà per anni il suo marchio di fabbrica.

Questo sistema di gioco farà il suo esordio domenica primo marzo, in una partita in trasferta a Santa Fe contro l’Union. Sarà uno 0 a 0 non entusiasmante ma quello che Bielsa ricava da questo match è comunque sufficiente a fargli credere sempre più di essere sulla strada giusta.

Tre difensori centrali che molto spesso sono in realtà un difensore centrale più due terzini che si stringono vicino al centrale, ma sono poi più disinvolti e in grado di uscire palla al piede di un centrale tradizionale.

Un “5” davanti alla difesa nella più pura tradizione sudamericana. Deve sapere fare filtro e deve sapersi “abbassare” per ricevere palla ed essere il primo ad impostare l’azione. Al suo fianco due centrocampisti “di gamba”. Sono loro che devono inserirsi senza palla, creare superiorità numerica, andare in appoggio agli attaccanti esterni per poi “stringere” a fianco del “pivote” in fase di non possesso.

Davanti a loro quattro uomini che devono “fare male”, quattro giocatori votati al gioco d’attacco. Il famoso “10”, o “l’enganche” come viene chiamato in Argentina, è il giocatore creativo, quello che deve far saltare il banco, trovare gli spazi e mettere in condizione i tre attaccanti di arrivare al tiro. Anche per lui però ci sarà una importante fase difensiva, un pressing immediato non appena persa la palla, senza rinculare di un metro e senza soprattutto disinteressarsi a questa fase del gioco.

Davanti a lui, come detto, tre attaccanti. Due esterni (chiamiamole con il loro nome: ali) che giocano quasi sulla linea laterale, per aprire il campo in ampiezza il più possibile. A loro dovrà essere fatta arrivare la palla il più velocemente possibile in modo da creare situazioni di “1 contro 1”. Nello spazio creato tra l’ala e la punta centrale ci si deve “buttare dentro” uno dei due centrocampisti, per creare quella superiorità numerica che diventa spesso e volentieri decisiva.

E infine c’è la punta centrale. Mai statico, sempre in movimento per “portare fuori” dalla zona di comfort almeno uno dei centrali avversari e per destabilizzare la difesa avversaria.

L’idea è chiara nella testa del “Loco”. Non c’è però molto tempo a disposizione.

Il derby come crocevia

La domenica successiva al Parque Independencia c’è il derby contro gli “odiati” concittadini del Rosario Central. La pressione è tanta. Una sconfitta potrebbe essere decisiva per le sorti del “Loco” sulla panchina della Lepra.

Succede di tutto in quel match. Tre espulsioni e incidenti nel settore nel settore ospite che si scatenano dopo l’espulsione nel finale del Paton Bauza, difensore nel Central.

Ma il gol di Cristian Eduardo El Pajaro Domizzi su un perfetto cross  del Yaya Rossi dopo undici minuti di gioco sarà sufficiente al Newell’s per portare a casa una vittoria fondamentale e a cementare il posto di Bielsa sulla panchina dei “lebbrosi”.

Da quel giorno il Newell’s non si fermerà più. Vincerà quel “Clausura” del 1992 con due punti di vantaggio sul Velez Sarsfield e con una sola sconfitta nelle 19 gare di campionato, in trasferta contro l’Estudiantes. La coraggiosa scelta di Bielsa aveva ripagato in pieno, cogliendo tra l’altro un risultato inaspettato considerando lo schema di gioco apparentemente sbilanciato in avanti: la miglior difesa del campionato con solo 8 reti al passivo in 19 giornate.

Ma è solo in apparenza una contraddizione. Questo sistema di gioco “vive” e si nutre di un pressing ossessivo e altissimo nella metà campo avversaria che finisce per alleggerire sensibilmente il lavoro della difesa che a quel punto molto raramente viene messa sotto pressione.

Sarà una svolta quasi epocale e non saranno in pochi a riconoscere a Bielsa i meriti di uno dei più grandi innovatori del calcio moderno, Pep Guardiola in primis.

Bielsa e il verbo stupire

In Copa Libertadores le cose non vanno diversamente. Dopo l’inopinata sconfitta all’esordio con il San Lorenzo, il Newell’s rimane imbattuto per le sette gare successive chiudendo al primo posto del girone. Negli ottavi di finale sono gli uruguaiani del Defensor Sporting i rivali del Newell’s che vengono superati a fatica. Nei quarti il sorteggio dà la possibilità ai ragazzi di Bielsa di prendersi una importante rivincita: saranno i connazionali del San Lorenzo i rivali per raggiungere un posto tra le prime 4 del continente. Il 13 di maggio al Parque Independencia le due squadre si ritrovano di fronte.

Il Newell’s “passeggia” sul Ciclon per 4 reti a 0, ipotecando così il passaggio al turno. Tutto questo tre soli giorni dopo aver rifilato 5 sberle al River Plate nel suo Monumental. Nove gol segnati in due partite contro rivali di altissimo livello.

La hinchadas del Newell’s è al settimo cielo.

E non solo per i risultati strepitosi e il gioco offensivo e spettacolare. La tradizione del Club vuole che da sempre il Newell’s sia stato in grado di costruire nella propria storia squadra belle da vedere, creative e dal gioco attraente e piacevole per i tifosi. Ma non si era mai visto prima un Newell’s con la garra dei ragazzi di Bielsa.

Un Menottista con una spruzzata di Bilardo” viene definito da molti l’approccio di Bielsa. I due grandi allenatori argentini infatti sono quanto mai all’antitesi sull’idea di come di dovrebbe giocare a calcio. Bellezza e stile per Menotti, corsa e tanto pragmatismo per Bilardo.

E se è vero che il calcio espresso dal Newell’s è una gioia per gli occhi, è anche vero che l’organizzazione della squadra quando la palla è in possesso degli avversari è di un’attenzione maniacale, e non si lesina certo di ricorrere alle maniere forti quando serve.

Per molti è questo il vero “miracolo” di Marcelo Bielsa.

In Copa Libertadores

Superata la formalità del ritorno contro il San Lorenzo (un pareggio con un gol per parte) al Newell’s in semifinale toccano i forti colombiani dell’America de Cali.

Al “Coloso del Parque” è un pareggio per uno a uno e al ritorno in Colombia il gol in avvio di Mauricio Pochettino pare sufficiente al Newell’s per staccare il biglietto per la finale. Un rigore concesso ai padroni di casa ad un minuto dalla fine ristabilisce però la parità. Ci vorranno 26 calci di rigore per decidere chi raggiungerà i brasiliani del San Paolo in finale.

Sarà il colombiano Orlando Maturana a farsi ipnotizzare da Norberto Scoponi, il numero 1 del Newell’s.

E così il Newell’s si qualifica per la finale della Copa Libertadores.

Per la Lepra è un ritorno e a soli quattro anni di distanza. Quella volta El Tata Martino e compagni furono sconfitti dagli uruguaiani del Nacional Montevideo.

In finale ad attenderli stavolta ci sono i brasiliani del San Paolo, un autentica armata con calciatori del calibro di Rai, Muller, Zetti, Cafù e Zago. A guidarli dalla panchina uno dei santoni del calcio brasiliano, quel Telè Santana che guidò con poca fortuna la nazionale ai Mondiali di Spagna e Messico.

Arriva però la prima sgradita sorpresa: El Coloso del Parque non ha una capienza sufficiente per ospitare una partita di tale importanza e per il Newell’s c’è la poco gradita necessità di trasferirsi nello stadio dei rivali del Rosario Central, il più capiente Gigante de Arroyito.

Non mancano i problemi neppure per i brasiliani che, trovato alloggio in uno degli alberghi più lussuosi e al tempo stesso tranquilli della città hanno la sorpresa di trovare nel loro albergo una ventina di attraenti modelle giunte a Rosario per una importante sfilata di moda!

Santana non vuol correre rischi: le modelle al terzo piano, i suoi ragazzi al quinto e l’albergo controllato da un ingente numero di guardie di sicurezza…

La finale

La partita è equilibratissima. Il Newell’s parte forte e schiaccia il San Paolo nella propria metà campo. La prima vera occasione però è un gran tiro da fuori del terzino sinistro del Newell’s Julio Saldaña che finisce di pochissimo fuori alla sinistra di Zetti.

Ma è il San Paolo ad avere l’occasione più ghiotta intorno alla metà del primo tempo. Cafù si produce in un’azione a percussione sulla fascia destra. Arrivato sul fondo invece di crossare rientra, salta in dribbling Saldaña e poi appoggia un pallone al limite dell’area piccola per Palinha, il centravanti del San Paolo. È una palla “da spingere in rete”, ma il piatto destro del numero 18 brasiliano è completamente fuori misura.

Mancano una manciata di minuti all’intervallo. Berti stoppa di petto e poi cerca di servire in area un compagno. Ad un paio di metri scarsi si trova Ronaldão, il difensore centrale del San Paolo. La palla lo colpisce al braccio. Per l’arbitro, il cileno Hernan Silva, è calcio di rigore.

Il sinistro di Eduardo Berizzo spiazza Zetti. E’ il gol dell’uno a zero che sarà il risultato definitivo del match.

Bielsa non è felicissimo dell’approccio dei suoi.

Soprattutto di un secondo tempo timoroso, giocato più a preoccuparsi di non concedere il pareggio di brasiliani che di incrementare il vantaggio in vista della partita di ritorno.

Al lampione

Bielsa non lascia nulla di intentato. Gli argentini arrivano a San Paolo tre giorni prima del match mentre nello stesso giorno il San Paolo ha un importante incontro di campionato a Rio contro il Flamengo. Santana fa riposare otto titolari. Non il portiere Zetti che sarà per i suoi decisivo con un errore su un calcio di punizione da quasi 40 metri che costerà la sconfitta.

Il giorno stesso del suo arrivo Bielsa ha organizzato una sessione di allenamento serale al Morumbi. La classica occasione per provare gli ultimi schemi, qualche calcio piazzato e prendere confidenza con il campo di gioco.

Quando la comitiva del Newell’s arriva al campo si trovano però una sgradita sorpresa. Il campo di gioco è chiuso.

Bielsa va su tutte le furie. Incontra una guardia notturna alla quale spiega che o saltano fuori le chiavi del campo oppure sarà lo stesso “Loco” a sfondare il portone a calci.

Viene convocato d’urgenza il team manager del San Paolo, Kalef Joao Francisco, il quale spiega che si, i giocatori possono entrare, ma che non c’è proprio verso di accendere i lampioni, visto che il capo elettricista è già andato a casa.

Poco male” – risponde Bielsa – “mi dica dove abita e andiamo insieme a prelevarlo”.

Non è una grande idea” – è la risposta di Francisco – “abita nelle favelas e io a quest’ora là non vado di certo!

A questo punto anche Bielsa si convince. La seduta di allenamento si farà… ma completamente al buio e limitata ad esercizi fisici.

Un ritorno intenso

Al Morumbi, il 17 di giugno di quel 1992 ci sono 105 mila spettatori ad incitare un San Paolo che ha la consapevolezza di avere più qualità rispetto agli argentini, ma che sa altrettanto bene che la solidità e l’organizzazione dei ragazzi di Bielsa creerà più di un problema a Rai e compagni.

Il San Paolo si getta in avanti. Rai è sontuoso in cabina di regia e Cafù sulla fascia destra è un pendolino inarrestabile. Gli avanti del Newell’s non riescono a tenere palla e ad alleggerire la pressione.

Improvvisamente, su un lancio del Tata Martino, si apre un varco nella difesa del San Paolo. Julio Zamora si lancia verso la porta di Zetti e prima del tentativo disperato di Ivan Rocha lascia partire un gran diagonale un paio di metri dentro l’area di rigore.

La palla colpisce il palo interno, torna verso il centro dell’area dove sta arrivando in corsa Alfredo Mendoza, l’unico che aveva seguito l’azione del compagno.

È una palla che sarebbe solo da spingere in rete ma Mendoza, preso in controtempo, si vada passare il pallone a pochi centimetri dal piede destro.

Il San Paolo gioca palla sempre a terra, con triangolazioni veloci e Palinha e Rai mostrano appieno le loro grandi qualità. Il Newell’s è troppo schiacciato ma quando riesce a ripartire in contropiede sa fare male. C’è una traversa di Palinha, un salvataggio sulla linea in acrobazia di Gamboa… ma il Newell’s tiene.

Si va negli spogliatoi sullo 0 a 0.

La frustrazione dei brasiliani è evidente. Santana ha un nomea di perdente a livello internazionale che sembra volersi confermare anche in questa occasione. Che sia un grande allenatore lo sanno tutti in Brasile. Ma i titoli conquistati non sono certo pari alla sua riconosciuta bravura.

Quando si torna in campo, Bielsa ha sostituito il regista Martino con il più dinamico Domizzi. La mossa sembra pagare. Le ripartenze del Newell’s mettono in costante difficoltà il San Paolo. Prima è Zamora a costringere Zetti ad un difficile intervento sul primo palo e poi Domizzi ha l’occasione per chiudere definitivamente i conti.

Il centrocampista rosarino si inventa una grande percussione entrando con facilità nella difesa brasiliana. Trovatosi a tu per tu con Zetti lo salta con facilità ma con la porta spalancata riesce solo a colpire debolmente dando la possibilità di recuperare quasi sulla linea di porta a Zago.

E come spesso succede nel calcio gli errori si pagano amaramente.

Una azione nell’area di rigore del Newell’s vede Macedo, appena entrato al posto di un evanescente Muller farsi largo con una serie di finte. Nell’attimo in cui sta per liberare il sinistro da dietro Gamboa lo strattona per la maglia facendogli perdere l’equilibrio. È rigore. Rai trasforma con grande freddezza.

Qualche giorno dopo il centrocampista brasiliano, fratello di Socrates, descriverà quel momento con una bellissima frase: “In gioco c’ero io, il portiere e il destino del nostro Club”.

Il Morumbi diventa una bolgia.

Ma i ragazzi di Bielsa tengono. È il San Paolo a fare la partita ma le occasioni pulite stentano ad arrivare. È evidente che il Newell’s è sulle gambe. C’è un altro titolo argentino quasi messo in bacheca, ma la rosa non è ampia a sufficienza per poter pensare ad una rotazione di uomini.

Si va ai calci di rigore.

Il palo di Berizzo mette in salita le cose, ma quando Ronaldão fallisce il terzo rigore per i brasiliani, si riaccende la speranza, subito spenta dai due errori consecutivi di Mendoza e Gamboa. Sarà Cafù, il futuro terzino giallorosso, a chiudere i giochi.

Due settimane dopo, grazie al pareggio interno alla penultima giornata contro l’Argentinos Juniors, arriva il trionfo nel Clausura, con il quale chiuderà l’avventura nel suo Newell’s.

Newell’s che nel 2009 deciderà di intitolare il proprio stadio proprio a lui, a Marcelo Bielsa… il “Loco” più saggio del calcio mondiale.


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Fonte copertina: mondofutbol.com

Di Remo Gandolfi

Autore di vari libri, tra i quali "Storie Maledette - L'altra metà del calcio" e "Mavericks & Cult Heroes del calcio britannico".

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