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L’anima fragile del calcio

Quanto è facile parlare, credere di sapere tutto della vita degli altri. Facile giudicare dalle apparenze, è difficile concepire la sofferenza di uno sportivo quando si nascondono le proprie idee, cariche d’invidia, dietro il muro dei luoghi comuni.

Quante volte abbiamo imprecato e dannato l’anima davanti ad un errore evitabile, in un classico esempio distopico di “come avrei fatto io se fossi stato al suo posto”?

Come se certe giocate sbagliate avessero il potere di avvicinare individui dal conto in banca a tanti zeri ai comuni mortali che arrancano nella vita di tutti i giorni, con questi ultimi che poi si sentono in diritto di criticare, in maniera decisamente aspra, l’errore altrui.

Il perdono per gli sportivi è qualcosa di complicato da accettare nella nostra società, come se il solo fatto di guadagnare tanto giustificasse ogni cosa: le temperature troppo alte o basse, gli orari da cyborg più che da atleta, lo stile di vita, gli errori.

Una frase che reciti:

Mi dispiace per lui, chissà come ci sarà rimasto male.”

Avrà la pronta risposta dell’abitante medio del Bar Sport:

Ti dispiace? Ma se guadagna milioni, ormai non ci pensa neanche più.

Oppure:

Come fai ad appassionarti al calcio? Quelli neanche ti conoscono e guadagnano milioni.”

Qualunquismo, invidia sociale

Dietro ogni vita esistono sacrifici, qualunque sia il mestiere. D’accordo, il calcio sarà anche oppio dei popoli, ma una tale definizione dovrebbe avere un significato diverso: un pallone che rotola dovrebbe aiutare le persone a stare meglio, anche solo per novanta minuti, permettere loro di staccare il cervello dalla routine.

Invece si fanno discorsi sui milioni guadagnati dai subdoli pedatori, come si trattasse di soldi rubati.
Uno sportivo non può permettersi errori, altrimenti potevo starci anche io al suo posto.

Il genere umano non accetta la sconfitta, come se fosse un atto deprecabile, invece dovrebbe trattarla come una avvenimento normale in una vita normale, vissuta in un continuo oscillare, cadere e ripartire.

Un conto sono le critiche costruttive, un altro è inanellare commenti acidi con il solo scopo di torturare psicologicamente il malcapitato di turno.

Il calcio non fa sconti, nè eccezioni, è un ramo della vita come qualunque altro.

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Il fattaccio. ( Fonte: Daily Star)

Karius e la tragica Kiev

Loris Karius è il principe degli appestati dei nostri giorni. Un buon portiere, vive in un perenne stato di inadeguatezza che i media e il mondo del calcio gli hanno costruito su misura errore dopo errore, marchiandone l’anima e quando poi, contro il Real Madrid, per giunta in finale di Champions, sbaglia tutto quello che non avrebbe dovuto, è come se la sua anima avesse subito una lacerazione.

Il Liverpool lo scarica in prestito al Besiktas, Klopp continua a difenderlo, ma l’esordio con il club turco non è dei migliori: contro il Bursaspor, a quattro dalla fine, Karius commette un errore di valutazione su un cross: gol. Una buona prova, macchiata da un dettaglio.

Ma le disavventure contro la banda Zidane hanno trovato una spiegazione nel referto del 31 maggio 2018, nel quale i dottori Ross Zafonte e Leonor Herget scrivono:

Il sig. Karius ha subito un trauma cranico durante la partita del 26 maggio. Al momento della nostra valutazione il sig. Karius presenta sintomi residuali i quali dimostrano che dopo il contatto esistevano palesi disfunzioni visive e di orientamento che hanno inciso sulla sua efficienza e sulla sua prestazione e che necessitavano di un intervento immediato”.

Il referto medico di Karius

Prima di commettere il celebre svarione su Karim Benzema, il portiere è stato colpito alla tempia da una gomitata di Sergio Ramos. Le immagini parlano chiaro: durante e dopo la finale, Loris è in evidente stato confusionale.

Da quel momento non è riuscito a recuperare sè stesso, nonostante ci abbia provato e continui a farlo. Ha rescisso con il Besiktas, tornando al Liverpool. Chissà, forse per chiudere il cerchio.

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Bale tende la mano a Karius, visibilmente frastornato, a fine partita. ( Fonte: Goal.com)

Anche le leggende cadono

Martin Palermo, un uomo, una leggenda, nella sventura come nella gloria. Nel 1999, in Coppa America, sbaglia tre rigori contro la Colombia, un piccolo record.

Giù di pernacchie.

Nel 2009, a dieci anni dalla sua ultima presenza con l’albiceleste, torna agli ordini di Diego Armando Maradona. L’Argentina si gioca il tutto per tutto contro il Perù, al Monumental di Buenos Aires. Viene giù una pioggia omerica, al 93′ il risultato è fermo sull’uno a uno, l’Argentina ha più di un piede fuori dal Mondiale sudafricano.

Eupalla ha compassione per l’anima di pochi eletti.

El Titan la mette dentro, Diego plana sull’acquitrino del River, il pubblico esplode.
Quel gol ha praticamente distrutto ogni errore del passato.

Per alleviare o cancellare qualcosa, occorrono tempo e un gesto positivo più grande dello sbaglio e non importa se tu sia un novellino o un campione, dovrai dimostrare agli altri qualcosa sempre e comunque.

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La rabbia e la disperazione applicate al calcio da Martin Palermo. ( Fonte: Futbolretro.es)

Dieci uomini, un bambino

David Beckham nel 1998 è una delle stelle più attese ai Mondiali francesi. L’Inghilterra è tra le favorite, può vantare tra le proprie fila, insieme al Sette del Manchester United, campioni del calibro di Paul Scholes, Paul Ince, Alan Shearer, il redivivo Paul Merson.

La rassegna iridata non comincia bene per David, accusato dal Commissario Tecnico Glen Hoddle di scarso impegno e quindi messo fuori dai titolari per le prime due partite. Entra in campo contro la Colombia ed è subito gol.

Inghilterra agli ottavi contro l’Argentina e già di per sè gli appassionati pregustano uno scontro avvincente e facilmente infiammabile. El Cholo Simeone, però, tende una trappola allo Spice, il quale accenna un calcio nei confronti dell’argentino e questi, come dirà qualche anno dopo, accentuerà la caduta per far espellere l’inglese.

Beckham fuori dal Mondiale, stessa sorte della sua squadra.

Da quel momento gli inquisitori di tutta Albione daranno la caccia alla strega dello United, fischiandolo e insultandolo sonoramente, come se fosse l’unico responsabile dell’ennesima eliminazione subita.

Un motivetto che andrà avanti ancora per qualche anno, fino al 6 ottobre 2001, all’Old Trafford si sfidano Inghilterra e Grecia, i padroni di casa sono sotto due a uno e manca davvero poco alla fine.

Il derelitto David, diventato capitano, deve battere un calcio di punizione dalla distanza, bisogna segnare per portare l’Inghilterra ai Mondiali: un’esecuzione, palla sotto l’incrocio.

David urla, non può contenere tutte le emozioni che prova, i pensieri fluiscono e non c’è modo di fermarli. In breve tempo torna l’idolo delle folle, come se le stesse persone che lo attaccavano fossero cadute in un buco nero di vergogna e oblio, come a purificare la propria anima.

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Beckham fuori dal Mondiale 1998, Simeone lo guarda con un filo di soddisfazione. ( Fonte: Storie di Premier)

Considerazioni

Ma non tutte le storie finiscono con un lieto fine. Spesso le persone non concepiscono che altri individui, baciati dalla fortuna di avere tanti di quei soldi, vivano in uno stato perenne di ansie, se non depressione.

Qualche abominevole individuo avrebbe da ridire e sminuire perfino la storia di Robert Enke, come se l’insicurezza che ti affligge l’anima fin da bambino, gli errori e i rimproveri esagerati, i lutti, la depressione possano essere avvolti in un rotolo di banconote da cinquecento euro.

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Robert Enke con la maglia dell’Hannover. Si è suicidato nel 2009. ( Fonte: l’Ultimo Uomo)

Voi, dico a voi che avete sempre il dito puntato, credete davvero di capire come vada il mondo?


Il meglio del calcio internazionale su Sottoporta: L’altro Trezeguet

Fonte foto di copertina: Goal.com

Di Luigi Della Penna

Classe 1996, mi definisco un cacciatore di storie e un mendicante di emozioni. Il calcio è vita, ma un'esistenza senza football non sarebbe la stessa cosa.

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