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La “Maquina” del River Plate

Una squadra che ha anticipato, prima di tutte le altre, la filosofia del calcio moderno. Un quintetto perfetto, un allenatore italo-argentino a dirigere tutto. Questo era il River Plate de “La Maquina”.

Da sempre gli inglesi amano farsi chiamare maestri del calcio attribuendosi, a ragion veduta, il merito di aver inventato il gioco. Davanti a questa affermazione, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, si è spesso levata la risposta degli argentini che hanno una teoria più completa, riassumibile con una massima: “Gli inglesi hanno inventato il calcio, gli argentini l’amore per il calcio”.

Un amore folle che ha permesso agli argentini di modificare i connotati del football, creando uno stile di gioco autoctono, detto criollo, migliore per eleganza e improvvisazione rispetto allo stile britannico. Il settimanale più prestigioso del subcontinente, El Grafico, iniziò poi a identificare lo stile criollo con il termine “La nuestra”, ritenuto da molti il primo modello di calcio moderno del globo.

Pizzigoni ci spiega la “Maquina”

A sublimare questo stile di gioco arrivò negli anni 40′ il River Plate de “La Maquina”, definito così dal giornalista, sempre di El Grafico, Eduardo Lorenzo Borocoto, dopo una schiacciante vittoria per 6-2 contro il Chacarita nel giugno 1942.

Per descrivere questo meraviglioso laboratorio calcistico, è cosa buona e giusta affidarsi alle parole del più esperto conoscitore di Sud America, Carlo Pizzigoni:

“Cinque imprendibili ambidestri (Juan Carlos Munoz, Manuel Moreno, Adolfo Pedernera, Angel Labruna, Felix Loustau) sono i nomi dell’impressionante delantera, la linea d’attacco, il simbolo della Maquina. Chi visita il museo del River, costruito di fianco al Monumental, viene accolto dalle gigantografie di questi cinque fenomeni. “Los Caballeros de la Angustia“, i cavalieri dell’angoscia, visto quello che producevano per i propri avversari; anche se Munoz, uno di quella magica linea d’attacco, ha proposto un’altra lettura:

Andavamo in campo e la nostra strategia era chiara. Prendere la palla, scambiarcela, inserirci qualche tunnel, qualche dribbling: il gol era la naturale conclusione, ma non una ricerca spasmodica. E questa cosa provocava un po’ d’angoscia anche ai nostri tifosi, che volevano vedere tanti gol. Ma noi volevamo divertirci. Eravamo sicuri, almeno noi, di poter segnare quando volevamo“.

Tra il 1941 e il 1946 vinsero tutto, ma quello è il meno. Al River Plate prese forma una filosofia di squadra, un’idea di gioco… Quella che ogni giorno vi raccontano abitare all’Ajax o al Barcellona esisteva già in una squadra argentina, quasi un secolo fa, molto in anticipo su tutto il resto.”

Carlo Pizzigoni

Prima delle altre

Trent’anni prima del calcio totale olandese, il River giocava già con i principi di gioco che poi hanno reso immortali il Feyenoord di Happel e l’Ajax di Michels.

Adolfo Pedernera, giocatore simbolo della Maquina, semplificava il tutto dicendo che il River giocava con il sistema di gioco 1-10: “Tutti attaccano, tutti difendono”.

A dirigere questa sinfonia c’era un allenatore italo-argentino che, prima di segnare la storia del calcio rioplatense, aveva lasciato il segno anche nel nostro paese. Infatti Renato Cesarini era stato uno dei grandi protagonisti della Juve dei cinque scudetti consecutivi. Eppure l’immortalità l’aveva ottenuta grazie ad alcune sue reti giunte quando l’arbitro stava fischiando la fine dell’incontro. Un’abitudine che portò gli italiani a chiamare gli istanti finali della partita la Zona Cesarini.

Cesarini, tornato in Argentina, iniziò presto ad allenare le giovanili del River, creando le basi per la filosofia che sarebbe diventata comandamento del club della banda rossa. Era solito far entrare nella testa dei ragazzi una sorta di giuramento di amore eterno per la palla:

– “Di cosa è fatta la pelota?”

– “Di cuoio”

– “Bravo, e da dove viene questo cuoio?” 

– “Credo dalla vacca”

– “Esatto. E cosa piace alla vacca?”

– “L’erba”

– “Molto bene! Quindi questa palla sempre sull’erba e giocata di prima”

Renato Cesarini a colloquio con un suo ragazzo

Un giuramento obbligato per chi amava così tanto la pelota e il calcio talmente tanto da rivoluzionarlo, migliorarlo. Migliorarlo e farlo proprio. Tanto da mandare 5 “Caballeros de la Angustia” con una Maquina ad insegnarla al mondo.


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Fonte della copertina: mude-sa.com

Di Alberto Bianchini

Fondatore della pagina Facebook "My Football Heroes"

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