Cosa vuol dire essere un atleta e un calciatore in Eritrea, uno dei paesi più pericolosi e lesivi dei diritti umani al mondo.
L’Eritrea è spesso paragonata alla Corea del Nord per la chiusura del paese ed il regime autoritario che la governa. Quest’ultimo ha di fatto militarizzato la nazione, una delle più povere della Terra, ma con un esercito che in pratica coincide con l’intera popolazione maschile maggiorenne. La leva, infatti, è a tempo indefinito per ogni adulto maschio. L’Eritrea è un’ex colonia italiana, annessa dopo un breve mandato inglese all’Etiopia come stato federato. È indipendente dal 1994, dopo una sanguinosa guerra durata 30 anni con lo scomodo vicino. È guidata da Isaias Afewerki: ex ingegnere, fondatore del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (Eritrean People Liberation Front – EPLF), solo ed unico presidente del paese, dal momento che mai si sono svolte elezioni. Così come non esistono libertà politiche e di associazione, un potere giudiziario e fonti d’informazione indipendenti.
Per un cittadino eritreo lasciare il paese è praticamente impossibile, così come ricevere informazioni attendibili dall’esterno. Il web è disponibile solo in alcuni internet cafè. In più, social media e programmi di messaggistica non sono disponibili se non con l’ uso, rischioso, di VPN. Un isolamento che si riflette anche nel calcio, con la Nazionale che non disputava una partita da cinque anni e si trova per questo addirittura fuori dal Ranking FIFA, non avendo appunto valori di riferimento.
Il calcio in Eritrea, una breve cronistoria
Il calcio è arrivato nel paese negli anni ’30 con l’occupazione italiana, anche se solitamente riservato proprio ai bianchi colonizzatori. Nel 1936 si disputa la prima edizione del campionato nazionale, a cui possono partecipare solo squadre formate da italiani: “Gruppo Rionale Neghelli”, “GS Zuco”, “GS Melotti”, “GS Ferrovieri”, “GS Marina” “GS Decamerè “e “GS Ghezzabanda”. È il Gruppo Sportivo Cicero, poi diventato GS Asmara, la squadra più rappresentativa. Fu voluta e fondata dal dinamico imprenditore pugliese Francesco Cicero, proprietario di una tipografia e di un lussuoso lido a Massaua, nel cui piano bar si esibiva un giovane Renato Carosone.
Cicero costruisce di tasca sua anche lo stadio della capitale da 10.000 posti, ancora oggi a lui intitolato, che ospita gli incontri della Nazionale. Parallelamente, vista la passione degli eritrei per il calcio, nasce anche il campionato riservato alle squadre locali. Curiosamente, però, portano tutte nomi italiani, come Ardita, Savoia e Vittoria.
Dal secondo dopoguerra all’indipendenza le squadre eritree hanno preso parte al campionato etiope. Lo hanno vinto per ben 9 volte; non solo: è capitato che addirittura partecipassero 8 squadre eritree contemporaneamente. Il Tele SC Asmara si è imposto tre volte tra gli anni ’50 e ’70. L’Asmara SC/Hamassien, invece, guidata dal tecnico italiano Massimo Fenili, noto come “Helenio Herrera d’Africa“, fu campione per tre stagioni consecutive dal 1972 al 1974. Spesso le partite in cui l’Asmara SC era coinvolto sfociavano sugli spalti in scontri a sfondo indipendentista.
All’epoca, infatti, ad Asmara si diceva che quando arrivavano in città le squadre di Addis Abeba, nessun eritreo rimaneva in casa. Il Red Sea FC, da sempre la squadra più popolare del paese, ha rappresentato, negli anni dell’opposizione al governo etiope, un simbolo di libertà e indipendenza. Soprattutto negli anni ’70, le partite ad Asmara tra Red Sea e Walia, il club che rappresentava l’esercito etiope, si trasformavano in sfide simboliche che andavano ben oltre il risultato sportivo.
I calciatori del Red Sea erano fatti oggetto di minacce ed arresti arbitrari e costretti a dormire nascosti da parenti ed amici nell’imminenza del giorno della sfida. Gli anni ’60 e ’70, considerati la golden era del calcio eritreo, hanno visto la Nazionale etiope tronfare due volte in Coppa d’Africa con una formazione composta per otto undicesimi da calciatori eritrei, con nomi quali il capitano Italo Vassallo, di chiare orgini italiane, Wedi Kitchin e Kiflom Araya, considerati tra i migliori giocatori di sempre.
Più recentemente ha brillato la stella di Yohannes Zemichael, eletto miglior giocatore degli ultimi 50 anni e primo calciatore eritreo a firmare per un club professionistico, i sudanesi dell’Al-Hilal, con la cui maglia morirà tragicamente nel 1993. Il nome forse più conosciuto è quello di Henok Goitom, nato in Svezia da genitori eritrei. Ebbe una discreta carriera: giocò in patria, in Spagna e in MLS; ebbe anche un passaggio meteorico all’Udinese, giocando una manciata di minuti contro l’Inter nel 2005. A fine carriera vestì per 4 volte la maglia del paese tigrino. Come Goitom, è di origini eritree e cresciuto in Svezia anche l’attaccante del Newcastle Alexander Isak. Punto fermo della nazionale gialloblu, sui propri profili social posta spesso immagini e storie che testimoniano un forte attaccamento alla nazione d’origine della sua famiglia.
Il campionato eritreo oggi
Iniziato nel 1994 con l’indipendenza, il campionato interno aveva il pomposo nome di Premier League fino al 2023, quando una riforma voluta dal ministero dello sport, controllato dai militari, come ogni aspetto della vita sociale del paese, lo ha trasformato in un più sobrio Club Championship. Le nove squadre partecipanti rappresentano altrettanti distretti del paese, più la capitale Asmara e il ministero della difesa.
Fino alla riforma, la Premier League è stata dominata dal club più popolare del paese: il Red Sea FC, o Keih-Bari nella dizione preferita dal regime. Fondato da marinai inglesi nel 1945, ha conquistato 14 titoli nazionali e partecipato regolarmente alle competizioni continentali, con una semifinale di Kagame Interclub Cup nel 2011 come miglior risultato. Il 2024, anno della prima edizione del nuovo formato, ha invece visto iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro il Denden FC, club che, fino ad allora, poteva contare in bacheca solo una coppa nazionale, vinta nel 2009. Guidato dal coach Samsom Habtemariam in panchina e dal letale attaccante Seme Tekai, il Denden ha battuto 2-1 nella finale di Asmara proprio il Red Sea.
Il duello si è ripetuto anche nell’edizione appena conclusa, che ha visto i due club terminare a pari punti la stagione regolare. È rimasto a due lunghezze il maggior rivale dei “rossi”, l’Asmara Brewery, a cui nel mercato di gennaio hanno strappato due elementi chiave quali l’attaccante Abel Woldeyohannes ed il centrocampista Mikael Habte. L’ultimo atto è stato ancora più tirato di quello della stagione precedente, ma con lo stesso vincitore. Il Denden ha infatti prevalso 5-4 ai calci di rigore, portando a casa il secondo titolo e una serie di premi individuali: dal capocannoniere Romel Abdu al miglior portiere Kibrom Solomon.
L’ascesa improvvisa del Denden, club controllato dal Ministero della Difesa, lascia chiaramente qualche dubbio in una nazione dominata dai militari. In realtà i due titoli sono arrivati, come detto, dopo partite molto combattute. Il Red Sea, inoltre, pur essendo il club più popolare e tifato del paese, porta su di sé il marchio intollerabile della diserzione. Nel 2006, infatti, quattro suoi giocatori non tornarono dal Kenya dopo una partita di CAF Champions League. Soprattutto nel 2011, però, proprio in occasione della storica semifinale di Interclub Cup contro i tanzaniani dei Young Africans disputata a Dar es Salaam, 13 calciatori del Red Sea si sono poi rifiutati di tornare in patria chiedendo asilo politico. Una macchia indelebile, ma non l’unica, come vedremo, per il regime di Afewerki.
La Nazionale eritrea oggi
Se ci trovano, ci uccidono o ci rapiscono. Non sentirete più parlare di nessuno di noi.
Mewael Yosief a Ed Aarons ed Alex Cizmic per The Guardian
Dall’indipendenza del 1993 fino all’affiliazione a FIFA e CAF nel 1998, la Nazionale eritrea, i cui giocatori sono soprannominati Red Sea Boys o Camels, ha disputato solo amichevoli o il torneo regionale della CECAFA (Council for East and Central Africa Football Associations), l’associazione che riunisce calcisticamente i paesi dell’Africa dell’Est. L’esordio assoluto è coinciso con un pareggio per 1-1 in amichevole a Khartum contro il Sudan nel 1992, pochi mesi prima dell’indipendenza. Nella prima partita come nazione indipendente, invece, è arrivata una vittoria per 1-0 contro le Seychelles nella CECAFA Cup del 1994.
Nel 2019, sempre nello stesso torneo, i Red Sea Boys superano 4-1 il Kenya in semifinale, prima di essere battuti 3-0 dai padroni di casa dell’Uganda nella finale, in quello che fino ad oggi è il miglior risultato di sempre in una competizione. Meno fortuna nelle qualificazioni mondiali e in quelle per la Coppa d’Africa, competizioni nelle quali l’Eritrea è sempre stata eliminata nelle fasi preliminari.
Dopo quella finale del 2019, però, la Nazionale è scesa in campo solo in un’altra occasione, il 25 gennaio 2020 allo stadio Cicero di Asmara, nella sconfitta 0-1 in amichevole contro il Sudan. Da allora non è più esistita una nazionale eritrea per espressa scelta del governo, che ha ritirato o non iscritto le varie rappresentative nazionali, da quella assoluta alle giovanili, a quella femminile, da tutte le competizioni. Motivo per cui ad oggi il paese non figura, unico caso, nel ranking FIFA.
Dopo cinque anni di inattività assoluta, a metà maggio 2025, all’improvviso il Ministero dello Sport ha annunciato un triangolare internazionale ad Asmara, in occasione del 34° anniversario dell’indipendenza del paese, con Niger e Sud Sudan. A seguito della rinuncia di quest’ultimo, tuttavia, il torneo si è trasformato in un doppio confronto con i nigerini. Davanti ad uno stadio gremito, una giovane nazionale, guidata da Ermias Tewelde, che è anche l’allenatore del Red Sea, ha pareggiato senza reti e perso col minimo scarto le due amichevoli. Ha lasciato comunque una buona impressione negli osservatori, soprattutto nel reparto difensivo, guidato dai giovani Enoch Resom e Wedeb Fishay, entrambi all’esordio. Così si è espresso Tewelde:
“Abbiamo giocato bene e siamo stati puniti nella seconda partita da un nostro errore. Giocare a livello internazionale è ben diverso che farlo solo in campionato. Spero che la Federazione organizzi più partite come queste“.
Una dichiarazione assolutamente normale in qualsiasi paese, ma non in Eritrea, dove ogni frase che possa far pensare anche ad una velata critica al regime è impensabile.
Un altrettanto sorprendentemente ciarliero presidente della Federazione Paulos Weldehaimanot ha elogiato la prova dei Red Sea Boys, sottolineando come il valore degli avversari sia stato “una lezione preziosa per noi perché ha fatto emergere le nostre debolezze” e rivelando un piano per disputare altre amichevoli in futuro con avversari regionali come Sudan, Sud Sudan e Somalia. Si punta, infine, al piano, già sperimentato con poco successo in passato, di invitare in nazionale giocatori stranieri con radici eritree.
Lo sport come occasione di libertà
Anche se il governo non ha mai ufficialmente dato una motivazione per le mancate partecipazioni della Nazionale alle competizioni internazionali, è chiaro per chiunque che la ragione sia il tentativo di arginare il fenomeno delle fughe in massa di calciatori. La tendenza, in realtà, riguarda tutti gli sport. Nel 2008, ad esempio, sei componenti della forte squadra di Cross Country hanno chiesto asilo politico in Gran Bretagna durante i Mondiali di specialità. Tali eventi sono divenuti nei primi 20 anni del secolo una costante.
“Per gli atleti professionisti, partire è un’opportunità irripetibile per raggiungere la sicurezza che il proprio Paese nega loro” dice Saba Tesfayohannes, fondatore dell’emittente ERISAT, la voce dei dissidenti eritrei rifugiati, in un’intervista a Al Jazeera. E ancora:
“Rimanere all’estero in occasione di una competizione: non c’è migliore opportunità di andarsene di questa per i giovani eritrei, destinati a vivere in un paese in cui hanno doveri da compiere, ma nessun diritto. L’alternativa è la disperazione e la morte“.
Per cercare una soluzione alle continue fughe, il governo ha provato a reclutare all’estero, nella numerosa diaspora, calciatori con origini eritree. Il progetto, cominciato nel 2017, è stato presto abbandonato per le pochissime adesioni. Dal 2006 al 2023, ultimo caso registrato, sono 89 i calciatori eritrei fuggiti durante trasferte della nazionale o, come detto, del Red Sea FC. Dal 2007 gli sportivi che rappresentano il paese all’estero devono pagare un deposito di circa 6.600 dollari come garanzia finanziaria per garantire il ritorno in patria.
Nonostante questo capestro, i casi più clamorosi si sono registrati proprio dopo il 2007. Nel 2009 tredici calciatori della Nazionale non si presentano all’aeroporto di Nairobi dopo una partita di qualificazione ai Mondiali. Chiesero asilo politico al Kenya e furono imitati due anni dopo da 10 compagni di squadra in una trasferta in Botswana. Il caso forse più clamoroso risale alla CECAFA Cup in Uganda nel 2012, quando l’intera Nazionale sparisce dopo la prima fase. È ricomparsa tempo dopo in Olanda e tutti i componenti hanno ottenuto lo status di rifugiati politici. Un percorso già utilizzato da sette calciatori nella menzionata edizione del 2019, conclusa al secondo posto. “I calciatori sono tra le poche persone che hanno la possibilità di lasciare l’Eritrea“, dice l’attivista per i diritti umani Vanessa Tsehaye, “altrimenti devi rischiare la vita solo per raggiungere il confine“.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), nel 2024 gli eritrei fuggiti dal paese che hanno lo status di rifugiati sono 683.000, distribuiti soprattutto in Etiopia, Sudan e Germania. L’ultimo dato disponibile sulle domande di asilo parla di 71.600 richieste nel solo 2023, un numero che corrisponde a circa il 2% della popolazione. Già ai Giochi Olimpici di Sidney ed Atene atleti eritrei erano fuggiti dopo le gare. A Londra 2012 è stato il maratoneta Weynay Ghebresilasie, portabandiera della delegazione eritrea, a chiedere asilo politico, insieme ad altri 11 atleti, appena terminata la manifestazione. Un enorme smacco mediatico per il regime che considera chi fugge all’estero colpevole di diserzione, dal momento che, come detto, il servizio militare è permanente.
Il calcio in Eritrea: dannazione e speranza
Per questo il governo dà la caccia a chi lascia senza permesso il paese, soprattutto se si tratta di uno sportivo. Questo significa per la gran parte degli atleti fuggiti la fine della carriera agonistica. Uno dei calciatori fuggiti dopo la CECAFA Cup del 2019, l’ex centrocampista Mewael Yosief, ha dichiarato in un’intervista al Guardian:
“L’unica cosa che ci tiene al sicuro è il fatto che non sanno dove siamo. Se ci trovano, o ci uccidono o ci rapiscono. Se ci riescono, ci riportano in Eritrea e ci puniranno per il resto della nostra vita. Non sentirete più parlare di nessuno di noi. Se non sarà facile per loro rapirci, allora ci uccideranno e basta” .
Alcuni sono riusciti ad ottenere lo status di rifugiati in paesi considerati sicuri, come i Paesi Bassi o l’Australia, e hanno proseguito la carriera sportiva. Samuel Tesfagabr, fuggito durante la CECAFA Cup del 2009, ha giocato per un decennio nel campionato australiano. Diversi membri della Nazionale scappata in massa nel 2012 hanno trovato ingaggi in club semiprofessionistici olandesi. Per la maggior parte, tuttavia, la fuga significa mettere da parte il sogno di fare il calciatore, vivere nascosti e rendersi invisibili. Soprattutto in paesi come Kenya o Botswana, che non riconoscono agli eritrei lo status di rifugiati.
Ovviamente la costante emorragia dei migliori giocatori ha impoverito negli anni il campionato locale. La mancanza di relazioni internazionali, inoltre, ha di fatto azzerato le occasioni per tecnici ed allenatori di formarsi o perfezionarsi all’estero. Chi non ha la possibilità di fuggire può sperare di trovare un ingaggio nei campionati dei paesi vicini, come Etiopia e Sudan. Tuttavia ha l’obbligo di tornare nel paese e la sua famiglia rimane costantemente sorvegliata nel frattempo. Nonostante le difficoltà ed i rischi, molti calciatori, come il succitato Mewael Yosief, sperano sempre di avere un’opportunità un giorno:
“In Eritrea essere un calciatore non significa nulla. Per camminare devi avere un permesso nella nostra città. Anche se la polizia sa che sei un calciatore e ti riconosce, non gliene importa; ti picchiano e ti arrestano. È successo a me. L’unica speranza che ti fa andare avanti è che un giorno sarai selezionato per giocare in una competizione internazionale come quella a cui abbiamo partecipato noi, così potrai provare a scappare“.
E non importa quante difficoltà possa incontrare la strada per la libertà. Come dice un proverbio eritreo: quando la vita ti dà centinaia di ragioni per piangere, la stessa vita ti dà centinaia di motivi per ridere.
Immagine di copertina realizzata da Fabrizio Fasolino
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