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La storia dell’Australia alla South Vietnam Independence Cup

Nel novembre 1967 il calcio in Australia non era ancora come lo conosciamo oggi. La nazionale non si era mai qualificata alla fase finale di un Mondiale. E non veniva ancora utilizzato il soprannome Socceroos, che sarebbe arrivato solo qualche anno più tardi. Era una squadra composta interamente da calciatori semi-professionisti, il cui livello tecnico faticava ad aumentare anche per le poche possibilità che aveva la nazionale australiana di confrontarsi con formazioni di livello più alto.

Fu in questo contesto che il governo locale presieduto da Harold Holt decise di inviare la nazionale nella allora capitale del Vietnam del Sud, Saigon. L’obiettivo era partecipare alla South Vietnam Independence Cup (nota anche come Quốc Khánh Cup o Friendly Nations Tournament). Si trattava di un torneo a inviti nato nel 1961 con cui il Vietnam del Sud cercava legittimità e visibilità internazionale, riunendo soprattutto le nazioni che sostenevano lo sforzo bellico americano nel sud-est asiatico.

Una sorta di operazione di soft power calcistico. Con la “scusa” di partecipare ad un torneo fuori confine e far fare esperienza internazionale alla propria selezione, il governo australiano spedì in Vietnam del Sud una “delegazione” che avrebbe permesso di entrare in contatto con le comunità locali. Diplomazia sportiva di fatto: un’operazione che anticipò di qualche anno la più celebre “ping-pong diplomacy” tra USA e Cina.

L’edizione del 1967, disputata tra il 4 e il 14 novembre, si giocò sullo sfondo della battaglia di Dak Tô, uno degli scontri più sanguinosi dell’intera guerra del Vietnam: centinaia di soldati americani uccisi e oltre 1.400 feriti nelle stesse settimane in cui, a poche decine di chilometri di distanza, otto nazionali si contendevano un trofeo.

Al torneo parteciparono Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Vietnam del Sud, Malesia, Thailandia, Singapore e Hong Kong, divise in due gironi. Le partite si giocarono al Cong Hoa Stadium di Saigon, davanti a 20-40.000 spettatori secondo le testimonianze. La squadra australiana, guidata dal tecnico ungherese Joe Vlasits e capitanata dal ventiquattrenne Johnny Warren, era composta da una generazione di giocatori allora semi-professionisti ma che avrebbe lasciato il segno negli anni successivi. C’erano elementi come il prolifico attaccante Attila Abonyi, il talentuoso Ray Baartz, il roccioso Manfred Schaefer e l’esperto Stan Ackerley.  

I ricordi dei giocatori restituiscono un’atmosfera surreale, a metà tra il torneo sportivo e il reportage di guerra. “La prima grande sorpresa fu la quantità di persone armate che vedevamo: soldati, posti di guardia ovunque“, racconta Stan Ackerley. “Bombardieri qui, caccia là, dappertutto“, aggiunge Ray Baartz. “E pensi: ‘Aspetta… siamo nel mezzo di una zona di guerra“.

All’ambasciata i giocatori ricevettero persino un briefing di sicurezza: attenzione alle persone in bicicletta, potenziali attentatori. Senza sapere però che a Saigon la maggior parte delle persone si muoveva proprio in bicicletta. Le condizioni logistiche non erano delle migliori. La squadra alloggiava al Caravelle Hotel, che ospitava anche l’ambasciata australiana e i militari di stanza in città. Il proprietario dell’hotel rubò i buoni pasto della squadra, riducendo i giocatori a nutrirsi quasi solo di prosciutto. Uno di loro prese una scossa elettrica toccando un cavo scoperto nella sua stanza.

Il campo di allenamento, poi, era ridotto a un pantano, tanto che spesso gli allenamenti si tenevano sul tetto dell’hotel. Non era raro, inoltre, sentire il rombo dell’artiglieria in lontananza. Come se non bastasse, la squadra scoprì in seguito che alcuni membri dei Viet Cong erano stati catturati mentre tentavano di piazzare esplosivi al piano dell’albergo occupato dalla delegazione sudcoreana, proprio sotto le loro stanze.

Inserita nel Gruppo A con Nuova Zelanda, Singapore e i padroni di casa del Vietnam del Sud, l’Australia iniziò il torneo travolgendo i rivali storici della Nuova Zelanda per 5-3, in una gara resa fisica e nervosa dal campo pesantissimo. Poi arrivò la sfida più delicata: il Vietnam del Sud, davanti a uno stadio gremito. Johnny Warren portò avanti gli ospiti al 35′ e da lì la partita degenerò. Sugli spalti scoppiarono disordini, intervenne la polizia antisommossa e, secondo alcuni giocatori, venne persino lanciato gas lacrimogeno. All’intervallo il presidente sudvietnamita Nguyen Cao Ky entrò personalmente nello spogliatoio della propria squadra offrendo denaro pur di ribaltare il risultato. Non bastò: l’Australia resistette e vinse 1-0, restando poi bloccata nello spogliatoio mentre la folla inferocita lanciava pietre contro la struttura dello stadio.

Chiuso il girone con un netto 5-1 su Singapore, l’Australia trovò in semifinale la Malesia, in una gara talmente tesa che la sicurezza dovette intervenire per separare una rissa in campo. Il match restò bloccato sullo 0-0 fino ai supplementari, quando a tre minuti dalla fine arrivò il gol decisivo di Ray Baartz.

Il 14 novembre 1967, davanti a circa 30.000 spettatori, l’Australia affrontò la Corea del Sud nella finale del Cong Hoa Stadium. Prima del match era arrivata anche una promessa da parte del manager australiano John Barclay: se avessero vinto, i giocatori avrebbero potuto tenersi le tute della nazionale, un dettaglio che oggi fa sorridere, ma che racconta bene quanto fosse ancora dilettantistico il calcio australiano dell’epoca. La Corea del Sud passò in vantaggio dopo appena un minuto con See Young-keun. Ma l’Australia ribaltò il punteggio: prima Billy Vojtek al 26′, poi Attila Abonyi al 52′, infine il sigillo del capitano Johnny Warren all’84’. Il gol della bandiera coreana di Huh Yoon-jung all’85’ non cambiò più nulla: la partita finì 3-2 per l’Australia.

È il primo trofeo internazionale nella storia del calcio australiano. Tornata in patria con il trofeo in valigia, la squadra non trovò ad attenderla grande entusiasmo: il calcio era ancora uno sport marginale in Australia, schiacciato da cricket e rugby, e la vittoria di Saigon passò quasi sotto silenzio. Eppure quel torneo si sarebbe rivelato decisivo per la storia del calcio australiano. Otto giocatori di quella rosa — tra cui Warren, Baartz e Abonyi — avrebbero fatto parte del gruppo che nel 1974 avrebbe portato l’Australia alla sua prima storica qualificazione ai Mondiali. Non finì lì: la nazionale sarebbe tornata a Saigon ancora nel 1970, per il South Vietnamese Friendship Cup, e di nuovo nel 1972, per due amichevoli di preparazione proprio in vista di quel Mondiale.

La South Vietnam Independence Cup non fu mai un torneo di grande prestigio. Eppure, quasi sessant’anni dopo, quella finale fangosa contro la Corea del Sud resta uno degli episodi più incredibili e meno raccontati nella storia del calcio internazionale. Un trofeo conquistato tra metal detector antimine e gas lacrimogeno, dopo partite disputate mentre, a pochi chilometri di distanza, infuriava una delle guerre più devastanti del Novecento. È difficile immaginare un contesto più lontano da quello in cui oggi siamo abituati a pensare al calcio internazionale. Ed è proprio lì, nel fango di Saigon, che cominciò a prendere forma qualcosa che sarebbe sopravvissuto alla guerra: l’identità dei futuri Socceroos.


Il mmeglio del calcio internazionale su Sottoporta: Il calcio a Bougainville

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