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Pallone d’Oro, non mi mancavi

Leo Messi vince il suo settimo Pallone d’Oro, trofeo che torna dopo un anno, causa Covid. Ma ne sentivamo davvero il bisogno?

Partiamo da una premessa fondamentale: assegnare il premio individuale al calciatore migliore del mondo, in uno sport in cui si gioca in undici e che tenga in considerazioni tutti i ruoli, in questo gran calderone, è decisamente fuorviante. Signore e signori, il Pallone d’Oro.

Dopo un’estenuante, autoreferenziale cerimonia, piena di lustrini inutili, è andata in scena l’ennesima dimostrazione che, in questo mondo, solo gli attaccanti, i realizzatori di sogni, vincono il Balon d’Or.

I fabbricatori di sogni, cioè tutti gli altri, possono accomodarsi e rimanere in fila e su tutti, pesa lo scotto su Jorginho, classificatosi terzo, regista fondamentale del Chelsea campione d’Europa e dell’Italia sul tetto del Vecchio continente, ma non solo: Kantè, comunque quinto, e De Bruyne, non sono riusciti a rompere il muro, rimanendo, almeno per il belga, dietro i grandi attaccanti finalisti. Ma la mia idea è che, anche se la Francia o il Belgio avessero vinto l’Europeo, il Pallone d’Oro sarebbe finito tra le mani di Leo Messi.

Parliamone

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Andando ad analizzare la stagione nella sua interezza, davvero Messi, nonostante abbia trionfato in Copa America, si è dimostrato il migliore? Ad avviso del sottoscritto, no. Nell’ennesima vittoria del Diez, contano molto i bagliori accecanti rifilati ai nostri occhi, la classe, la vittoria contro il Brasile, un sinistro che ci ha regalato molto, in termini di bellezza.

Alla luce di tutto questo, vi pongo un quesito: davvero vogliamo ridurre il calcio al mero spettacolo, considerando inferiori a tutto questo la grandezza nell’impostazione a centrocampo, la capacità di annullare completamente gli avversari in difesa, le prodezze tra i pali in momenti decisivi? Davvero, a livello tecnico, la scorsa Copa America vale l’ultimo Europeo? Ammettetelo, cari giurati, siete affetti dalla sindrome di Stendhal e vi capisco, davvero, ma non vi pare di avere esagerato? Un riconoscimento che abbia la pretesa di premiare il “migliore” di un’annata, non dovrebbe tenere conto esclusivamente dell’infinita classe di Leo e di Cristiano Ronaldo, ma anche di quanto fatto nell’arco di tempo preso in considerazione dai loro sfidanti. Non è la prima volta che, uno tra i due, si accaparra il Pallone d’Oro grazie a voti discutibili. E anche in questa speciale classifica, parere personale, Messi primeggia.

Questo è l’anno giusto per questo genere di riflessione. Lo dico qui e me ne prendo la responsabilità, Jorginho avrebbe meritato questo riconoscimento, i posizionamenti di Giorgio Chiellini e Ruben Dias “gridano” vendetta, così come per De Bruyne ( 8°), Donnarumma ( 10°).

Lewandowski. ( Fonte immagine: FotMob)

Non parliamo poi, del premio fantoccio rifilato a Robert Lewandowski, al quale va il titolo di “Striker of the year“. Nulla, il vostro non ha parole davanti ad una simile presa in giro, nei confronti del più grande attaccante del mondo e sicuramente degno contendente alla vittoria finale, successo privatogli, presumiamo, dall’infortunio nel momento clou della scorsa stagione, con successiva uscita del Bayern dalla Champions.

The end

Arrivati alle soglie del 2022, è ancora un’utopia cambiare la formula del premio? Assegnare un premio al migliore di ogni ruolo, a nostro avviso, sarebbe la miglior scelta possibile, cosicché da rendere veritiero un premio individuale inserito in un gioco di squadra. Credo che, soprattutto nell’ultimo decennio, andando oltre i cambiamenti di regolamento, a diversi giurati manchi il giusto gusto critico nei confronti del football. Una scivolata vale un gol, un passaggio ben fatto una rabona. Ma con Messi, evidentemente, non è bastato.

Messi al PSG. (Fonte: Forbes Italia)

Caro Pallone d’Oro, occorre cambiare rotta.

P.S.: cari lettori di Sottoporta, questo che avete appena letto è il mio ultimo articolo su queste colonne. Grazie ad ognuno di voi, grazie a chi mi ha dato la possibilità di far parte di questa grande famiglia di amanti del calcio internazionale.


Fonte foto di copertina: Corriere dello Sport

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Di Luigi Della Penna

Classe 1996, mi definisco un cacciatore di storie e un mendicante di emozioni. Il calcio è vita, ma un'esistenza senza football non sarebbe la stessa cosa.

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