Mondiale 1950. Gli Stati Uniti d’America sorprendono l’Inghilterra. A segnare il goal decisivo è Joe Gaetjens, un uomo che ha poi fatto una fine tragica.
Cerchiamo sempre la sorpresa, quando guardiamo il calcio: la squadra di dilettanti che elimina le grandi squadre e arriva in finale di Coppa. Oppure il ragazzo cresciuto nel niente, sconosciuto ai più, che ferma colleghi dagli ingaggi astronomici e diventa eroe per una sera. O un improbabile paese che fin qui abbiamo legato a tutto tranne che al calcio, e invece ci ritroviamo protagonista nei tornei più importanti. C’è un’ostinazione quasi febbrile nel rincorrere una storia, un evento che ci permetta di sfoderare la metafora di Davide e di Golia.
Chi prova a raccontare lo sport, oggi, non può prescindere da queste dinamiche umane ed emotive. Che per un attimo squarciano un sistema sempre più piatto, ricordandoci dove sta davvero l’attrazione. Se content creator, montatori di reel, sciamani dello storytelling, giornalisti assetati di intro a impatto e compagnia telecronante avessero vissuto negli anni ’50, avrebbero potuto vivere e condividere il punto massimo di frizione fra l’inverosimile e la realtà in un rettangolo verde. Mondiali brasiliani, Stati Uniti–Inghilterra 1 a 0.
L’Inghilterra ha sottovalutato gli USA
Per comprendere la portata di quel punteggio, le pagine dei giornali inglesi alla vigilia sarebbero sufficienti. Nel Daily Express si affermava che sarebbe stato giusto concedere “un vantaggio di tre gol” agli avversari, definiti dal Belfast Telegraph come “una banda di uomini senza speranza”. Non che dall’altro lato la fiducia fosse altissima: l’allenatore William Jeffrey, guidato da un disilluso realismo, vedeva i suoi giocatori come “pecore pronte al macello”. Pochi giorni prima, all’esordio contro la Spagna, avevano perso 3 a 1 e stavolta, probabilmente, quasi tutti avrebbero firmato per un epilogo del genere. Soprattutto dopo i primi dodici minuti, in cui i Maestri d’oltremanica arrivano al tiro per sei volte.
Harry Keough, di mestiere difensore, ha l’impressione di “stare semplicemente a vederli giocare”. Dopo 25 giri di lancette, per la prima volta la nazionale a stelle e strisce si affaccia nella metà campo inglese. Pare un’illusione, perché a qualche secondo di distanza il copione è di nuovo lo stesso. I Three Lions creano occasioni in sequenza e in particolare Stan Mortensen, bandiera del Blackpool, fa conoscenza con i legni difesi da Frank Borghi. Anche il destino sembra respingere i favoriti. Sugli spalti, comunque, seppur cominci a serpeggiare una certa inquietudine, la convinzione che l’assedio esigerà il suo tributo di reti resta più forte.
L’Inghilterra di quegli anni era, d’altronde, una macchina efficiente, pronta a traslare su scala globale il dominio mostrato in Gran Bretagna e in Europa. Da quando Walter Winterbottom aveva preso le redini della selezione, nel 1947, erano arrivati 22 successi nell’arco di 29 partite, buona parte in goleada. Dopo la vittoria del Torneo Interbritannico – valevole come girone di qualificazione – agli inventori del gioco non rimaneva che affermare la propria superiorità al mondo intero al debutto in Coppa Rimet. L’Inghilterra aveva scelto infatti, di comune accordo con le altre anime del Regno Unito, di ritirarsi dalla FIFA e non aveva partecipato alle edizioni precedenti.
Il 2 a 0 dell’esordio contro il Cile era stato il passo iniziale di un gruppo che vantava fra le sue fila il futuro primo pallone d’oro della storia, Stanley Matthews – rimasto a guardare in tribuna, vittima della certezza d’oltremanica che per sbarazzarsi degli americani sarebbe bastata un’innocua sgambata – e si presentava ai nastri di partenza come la più quotata per alzare al cielo il trofeo. A questo punto entrano in scena un insegnante di educazione fisica e uno studente della Columbia University, che si guadagna da vivere lavorando come lavapiatti. Sono, al tempo stesso, due dei migliori giocatori degli Stati Uniti.
Il primo, Walter Bahr, al 37° libera un tiro dalla distanza: nel veder partire la traiettoria si accorge che il portiere è pronto, venticinque metri più in là, a intercettare la sfera con i guantoni. Il secondo, Joe Gaetjens, si getta però su quella palla e la colpisce di testa all’altezza del dischetto del rigore, deviando la traiettoria del tiro. Williams si è già spostato a destra e tanto basta per firmare la condanna sua e dell’Inghilterra. I tredicimila di Belo Horizonte, a cui si stavano aggiungendo via via altri tifosi dopo aver sentito la piega impronosticabile presa dalla gara, esplosero di gioia. Sia per il loro Brasile, che magari avrebbe evitato i temuti inglesi, sia soprattutto per quella squadra composta da operai e americani d’adozione in grado di cancellare il più marcato fra i copioni.
Chi era Joe Gaetjens
Nelle vene dello stesso Joe Gaetjens non correva sangue statunitense, ma haitiano e, in misura minore, tedesco. Il bisnonno, Thomas, fu l’inviato di Federico Guglielmo III di Prussia sull’isola e vi rimase, sposando una donna del posto. Joe, un secolo dopo, sarebbe stato registrato all’anagrafe dell’ambasciata di Germania. Nel 1947 una borsa di studio gli permise di partire alla volta di New York, dove la vita andava avanti fra la facoltà di economia e le cucine dello Chateau West, il ristorante in cui lavorava. La domenica, invece, era dedicata al soccer e alla maglia del Brookhattan, con cui vinse peraltro un titolo di capocannoniere e si preparò per il Mondiale.
Malgrado non avesse cittadinanza statunitense – né mai la ricevette, a quanto risulta – le regole di allora permettevano a chi esprimeva la volontà di ottenerla di poter rappresentare gli Yanks. E così fu per lui, per il belga Joseph Andre Maca (a segno nella partita inaugurale) e per lo scozzese Ed McIlvenny, che aveva ricevuto i gradi di capitano per l’incontro in quanto britannico.
Proprio da una sua rimessa laterale scaturì il gol del vantaggio. L’allenatore del Manchester United, nonché suo connazionale, Matt Busby, rimase colpito da quel difensore che fino a poco prima lavorava come aiutante idraulico e lo portò con sé. Edward trovò poco spazio e continuò la sua carriera in Irlanda. Nel secondo tempo l’Inghilterra reclama un penalty, ma il fallo, secondo il fischietto italiano Generoso Dattilo, è avvenuto fuori dal perimetro dell’area. Sulla punizione che segue, Frank Borghi respinge all’ultimo il colpo di testa di Mullen. Il portiere a stelle e strisce è un altro degli eroi di quel pomeriggio: medico durante la guerra, becchino nell’azienda di famiglia, quando gioca limita al massimo l’uso dei piedi. La tecnica calcistica, infatti, non è il suo pezzo forte e anche al momento di rinviare dal fondo sono sempre i compagni a prendersi l’incarico.
Al contrario, i riflessi e la presa sono ineccepibili, eredità di un passato nei campi da baseball. Verso la fine, gli Stati Uniti sfiorano persino il raddoppio con Wallace, ma Ramsey lo ferma solo con un intervento in extremis e in scivolata. Sì, quel terzino di nome Alf che, sedici anni dopo, avrebbe ricucito l’orgoglio ferito della sua nazione guidandola dalla panchina al titolo del 1966. L’attaccante di Saint Louis, che pochi anni prima era stato catturato dai tedeschi e aveva trascorso un anno e mezzo di prigionia, non ebbe tuttavia bisogno di rimuginare sull’errore. L’uno a zero arrivò sano e salvo al triplice fischio, e subito dopo fu il momento dei festeggiamenti.
Mentre Belo Horizonte consacrava gli sfavoriti, il paradosso continuava sulle due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti l’impresa svanì nel rumore di fondo delle notizie sulla Guerra di Corea, indifferente a uno sport considerato da dopolavoro. Perfino l’unico cronista americano presente, Dent McSkimming, s’era dovuto pagare viaggio e biglietto chiedendo ferie, dopo il no secco del suo giornale a coprire la spedizione. A Londra, invece, la realtà si rivelò così inconcepibile da sfociare nel mito: per decenni si raccontò di redattori convinti che quel risultato trasmesso dal telegrafo fosse un refuso tipografico, tanto da correggerlo in stampa in un ben più credibile 10 a 1 per i Maestri.
Joe Gaetjens, portato in trionfo, avrebbe giocato solo un’altra gara con quella maglia, persa 5-2 per mano del Cile. L’exploit brasiliano gli valse un biglietto per la Francia, dove giocò con il Racing di Parigi e con l’Olympique Alès. Rappresentò inoltre Haiti in una partita di qualificazione a Svizzera ’54 contro il Messico. Sulla sua isola sarebbe tornato poco più tardi per chiudere la carriera sul campo e aprire una lavanderia a secco a Port-au-Prince. Ma le sue ambizioni di tranquillità vennero travolte dall’ascesa al potere di ”Papa Doc”, com’era noto il sanguinoso dittatore François Duvalier. La famiglia Gaetjens aveva apertamente supportato alle elezioni il suo sfidante Louis Déjoie, al quale era legata da parentela e affinità politica. All’indomani della sconfitta e dell’inasprimento della repressione, quasi tutti i congiunti di Joe Gaetjens fuggirono all’estero per sfuggire alle vendette del regime, rifugiandosi nella Repubblica Dominicana.
Tutti tranne lui, che decise di rimanere: estraneo alla politica attiva, si considerava protetto da un’assoluta neutralità. Non credeva che il terrore potesse colpire anche lui. Eppure, la mattina dell’8 luglio 1964, mentre si trovava all’interno della sua lavanderia nel centro della capitale, una squadra di Tonton Macoutes – i temuti agenti della polizia segreta riconoscibili dagli occhiali scuri – lo prelevò a forza sotto gli occhi dei passanti. Lo stiparono su un’auto e lo condussero a Fort Dimanche, il famigerato carcere del regime dove gli oppositori torturavano e facevano sparire le persone.
Si ritiene che lo abbiano giustiziato poco dopo e che abbiano gettato il suo corpo in una fossa comune. In una buia cella di prigione, senza colpe né un processo, si spegneva lontano dai riflettori il protagonista di un’impresa. Se ne andava senza lasciare nemmeno una tomba, il lavapiatti arrivato a piegare l’impero britannico del football con un colpo di testa in tuffo.
