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Wingate & Finchley: gli ebrei di Non League

[Prima di cominciare a leggere, è doveroso fare una premessa fondamentale. Condanniamo con fermezza le azioni dell’attuale governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese, così come le violenze, le sofferenze e le gravi violazioni dei diritti umani che il conflitto continua a provocare. Questa posizione costituisce il punto di partenza imprescindibile da cui leggere quanto segue. Allo stesso tempo, è importante precisare che l’identità ebraica non coincide automaticamente con le posizioni politiche del governo israeliano e che non tutti gli ebrei condividono le sue scelte e le sue idee politiche].

Penultimo weekend di agosto, sono a Londra principalmente per vedere il Millwall, e quindi una partita di Championship. Un graditissimo regalo di compleanno da parte della mia super compagna. Sono il tipo di persona a cui piace il calcio meno mainstream: realtà meno conosciute, campionati meno seguiti e storie che spesso sfuggono ai riflettori del grande calcio. Lei lo sa. Qualche giorno prima della partenza, comincio a stilare un itinerario londinese incentrato sul football: il negozio di Classic Football Shirts, i luoghi di Ted Lasso a Richmond e il pub Bull & Egret, precedentemente noto come Freemasons’ Tavern, ovvero il posto dove, nel 1863, furono gettate le basi del calcio moderno e vennero codificate le prime regole della Football Association.

Poi arriva il colpo di genio. La partita del Millwall è alle 12:30 ora locale, per cui c’è spazio per assistere a una seconda partita nello stesso giorno. Andare all’Olympic Stadium per il West Ham sarebbe stata un’esperienza incredibile, ma io avevo già deciso di tornare a casa con qualche cimelio del Millwall — sciarpa e match programme sono un must, per me — e questa, forse, non sarebbe stata la scelta più saggia. Le opzioni Queens Park Rangers e Wimbledon erano fattibili e intriganti, ma io volevo osare. Non la League One, non la League Two: la Non League. Il paradiso del calcio autentico, quello vero, dove si respira profumo di erba appena tagliata, di pie calda e di birra fredda.

Faccio qualche veloce ricerca per capire quale squadra gioca in casa a Londra quel weekend e alla fine, per comodità e vicinanza, la decisione ricade sul Wingate & Finchley, club che milita nella Isthmian League Premier Division, il 7º livello del sistema calcistico inglese. Summers Lane è lo stadio più facile da raggiungere dal The Den, anche se comunque c’è un’oretta di viaggio tra treno e metro. Londra è immensamente bella, ma bella immensa. Sapendo di arrivare sicuramente con un bel po’ di ritardo, scrivo un’email alla società per chiedere se presentarmi a partita in corso possa creare qualche problema. A rispondermi è Joe Sharpe, consigliere delegato del club di Finchley, uno dei quartieri residenziali più sicuri, verdi e a misura di famiglia di tutta la periferia londinese, che mi rassicura: per chi ha il biglietto, i cancelli saranno sempre aperti.

Comincio dunque a racimolare qualche informazione sulla squadra e scopro che nasce nel 1991 da una fusione tra il Finchley, uno dei club inglesi più antichi, essendo stato fondato nel 1874, e il Wingate, società formata dopo la Seconda Guerra Mondiale da alcuni ebrei convinti che il calcio potesse contrastare l’antisemitismo. La storia mi spinge a indagare ancora di più e decido dunque di porre un bel po’ di domande a Joe, che mi risponde senza problemi.

Il Wingate & Finchley F.C è nato nel 1991 dalla fusione di due squadre

Avere origini ebraiche non dovrebbe conferire automaticamente a qualunque tipo di organizzazione una posizione sulle politiche di un governo, così come la religione o l’etnia di una persona non dovrebbero determinarne automaticamente le idee politiche. «La nostra posizione come club è molto chiara: siamo contro ogni forma di discriminazione e vogliamo che le persone di ogni provenienza si sentano benvenute qui», esordisce Joe. Gli chiedo subito se il conflitto israelo-palestinese abbia mai influenzato la percezione del club da parte del pubblico o dei media e come gestiscano queste situazioni. Joe risponde senza esitazioni. «Capita spesso, soprattutto perché la Stella di David è ancora visibile sul nostro stemma e la nostra storia ebraica è ben nota. Ma cerchiamo di non farci coinvolgere in questo. Il conflitto in Medio Oriente porta spesso ad associare automaticamente il club a una posizione politica. Ma noi facciamo una distinzione molto netta tra identità e politica».

Per Joe, il Wingate & Finchley è semplicemente una squadra di calcio inglese del nord di Londra con origini ebraiche. «Non si dovrebbe ridefinire a posteriori una squadra di calcio del nord di Londra, vecchia di 80 anni, in base a qualsiasi dibattito politico in corso oggi. E purtroppo non possiamo risolvere un conflitto internazionale partendo da un campo di calcio a Finchley. Quello che possiamo controllare è l’ambiente all’interno del nostro club, perché secondo noi tutte le persone devono essere trattate con dignità. Da noi l’antisemitismo, l’islamofobia e il razzismo non vengono accettati e le persone non devono essere giudicate in base a supposizioni sulla loro identità».

La storia del Wingate & Finchley porta inevitabilmente a interrogarsi anche sulla controversa e divisiva figura di Orde Wingate, un ufficiale dell’esercito britannico, considerato da alcuni un pioniere della guerra non convenzionale e da altri un protagonista della repressione della rivolta araba palestinese. «Cerchiamo di raccontare questa eredità da un punto di vista storico piuttosto che politico. Il Wingate FC nasce nel 1946 in risposta all’antisemitismo. Alcuni ebrei che hanno vissuto atroci esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale, invece di isolarsi dalla società, hanno creato qualcosa di positivo in cui potevano partecipare».

Apprendo che i fondatori ammiravano la sua figura per il suo legame con la comunità ebraica e per il suo sostegno alle forze ebraiche in Palestina, prima della creazione dello Stato di Israele. «Inevitabilmente, le figure storiche vengono percepite in modo diverso con il passare delle generazioni, e non dovremmo aver paura di riconoscere questa complessità. Ma il nostro compito, come club, non è quello di dire alla gente quale interpretazione politica dovrebbe dare di Orde Wingate. La nostra responsabilità è spiegare onestamente perché i fondatori scelsero quel nome e cosa volevano che la loro squadra di calcio rappresentasse».

Il campo da gioco, allora, era visto come un luogo in cui combattere il fascismo e il pregiudizio verso gli altri e il Wingate FC era un mezzo per contrastare l’antisemitismo. «Il modo migliore per onorare i fondatori non è solo parlare di ciò a cui si opponevano nel 1946, ma applicare lo stesso principio con coerenza anche nel 2026. Dovremmo opporci all’antisemitismo, ma anche al razzismo, all’omofobia e a ogni altra forma di discriminazione», aggiunge con forza Joe.

Il Managing Director mi confessa che a volte le persone riducono il club a una sola parte della sua identità, ma che bisogna considerare anche la storia del Finchley, che risale al 1874, oltre agli oltre trent’anni trascorsi dalla fusione. «Non vogliamo essere fraintesi, ma siamo orgogliosi di essere una realtà con radici ebraiche. Non siamo una società religiosa e non siamo esclusivamente un club ebraico. Abbiamo sempre avuto giocatori, tifosi, allenatori e volontari provenienti da ogni tipo di contesto e accogliamo tutti con un sorriso». Come già accennato, la Stella di David è presente sullo stemma del Wingate & Finchley, ridisegnato nel 2025. «Lo abbiamo volutamente mantenuto accanto ai simboli che rappresentano Finchley e il Middlesex perché non volevamo che la modernizzazione significasse cancellare la nostra storia. Rappresenta le origini di una parte del nostro club e i valori di inclusione e resistenza alla discriminazione che ne derivano».

Portare il nome Wingate o avere la Stella di David sullo stemma significa, per Joe e per tutto il W&F, portare con sé un pezzo della storia delle origini del club. Niente più. «Non stiamo cercando di fingere che il mondo del 1946 e il mondo del 2026 siano identici. Ovviamente non lo sono. Ma l’idea centrale, ovvero che lo sport possa unire le persone e sfidare i pregiudizi, è ancora oggi perfettamente valida. È questa la parte del nome Wingate che per me conta di più».

Un angolo di Summers Lane, stadio che dal 2016 è intitolato a Maurice Rebak

Nel 2015 l’allora direttore del club, Paul Lerman, criticò duramente gli attacchi a sfondo antisemita che la squadra subiva all’incirca una volta a stagione, a causa delle proprie origini ebraiche. «Anche un solo episodio è troppo», condanna con fermezza Joe. «La nostra risposta è sempre stata quella di denunciare ogni tipo di discriminazione e ribadire con chiarezza che una cosa del genere non è accettabile. In quel periodo si verificò anche un episodio particolarmente grave. A essere coinvolto fu l’allenatore di una squadra avversaria che, rivolgendosi ai tifosi del Wingate, fece un commento riconducibile a Hitler. Per quel gesto gli fu inflitta una sospensione da parte della Football Association».

La storia del Wingate & Finchley espone talvolta il club a pesanti insulti antisemiti. Ma la soluzione non può essere nascondere la Stella di David o vergognarsi della propria identità, bensì cominciare a contrastare questi comportamenti, affinché non si ripetano più e il club possa vivere la propria storia senza timori.

«Noi applichiamo la politica di tolleranza zero della FA e dell’Isthmian League nei confronti dei comportamenti discriminatori. Segnaliamo gli episodi non appena si verificano e cerchiamo di creare un club in cui la partecipazione non sia limitata dal background di provenienza. Il nostro settore giovanile è fondamentale in questo senso, perché portiamo centinaia di giovani giocatori della comunità locale nel club. Per me, l’inclusione deve essere qualcosa che si vive all’interno, non semplicemente una frase scritta su un manifesto elettorale

Finalmente arriva il matchday, e dopo aver assistito al 3-0 del Millwall sul Norwich, mi dirigo verso il Maurice Rebak Stadium. Quello di Rebak è un nome di grande importanza nella storia del club: fu uno dei fondatori del Wingate FC e rimase profondamente legato alla squadra per tutta la vita. Quando è scomparso nel febbraio 2016, all’età di 95 anni, la società ha scelto di omaggiarlo intitolandogli lo storico impianto di Summers Lane. «Dedicargli lo stadio significa che una delle figure chiave della nostra fondazione continua a essere letteralmente presente a ogni partita casalinga.» Molti stadi delle leghe minori conservano ancora odori, suoni e rituali che sembrano appartenere a un calcio di un’altra epoca. Il Maurice Rebak Stadium non fa eccezione. Qui tutto è incredibilmente vicino, a dimensione umana, e dietro una porta c’è perfino un deposito di trattori.

Tifo e trattori

«Varchi i tornelli, incroci i giocatori a pochi metri, cammini attorno al campo, entri nella clubhouse e parli con chi gestisce la società. Non esistono barriere tra il club e i tifosi.» Arrivo giusto in tempo per l’inizio della seconda frazione di gioco del piccolo derby contro il Dulwich Hamlet. Il club Pink and Blue ha sede nel sud di Londra e nella passata stagione ha registrato una clamorosa presenza media di 2.226 tifosi a gara, contro gli appena 230 del W&F. Il loro tifo si fa sentire, mentre i sostenitori locali seguono la gara in silenzio, concentrati, accalcati lungo le recinzioni che circondano lo stadio. Nel calcio dilettantistico non c’è quasi nessuna separazione tra la società e le persone che la circondano.

A bordo campo o nella piccola tribuna puoi trovarti accanto al presidente, all’allenatore, alla famiglia di un giocatore o a qualcuno che frequenta lo stadio da 40 anni. Tutti a pochi metri di distanza. «Quando le cose vanno bene, festeggiamo tutti insieme. Quando vanno male, ognuno si sente responsabile e cerca una soluzione. Qui non ci si può nascondere», racconta Joe Sharpe, che finalmente incontro di persona a bordo campo.

Il Finchley FC è stato fondato nel 1874 e ha giocato a Summers Lane ben prima della fusione. La memorabile cavalcata in FA Cup nella stagione 1952-53 rimane il capitolo più prestigioso: il Finchley sconfisse il Crystal Palace per 3-1, raggiungendo così il terzo turno.La fusione tra Wingate e Finchley nel 1991 è stata una tappa delicata, perché si trattava di unire due club con identità molto diverse.

«La neonata squadra giocava sul campo del Finchley, ma inizialmente prese il posto del Wingate nella South Midlands League. Vennero letteralmente combinati elementi di entrambe le realtà. Non consideriamo il Wingate & Finchley come un’entità nata dal nulla nel 1991, siamo i custodi di entrambe le storie. Gli ultimi vent’anni sono stati dedicati a costruire, investendo nelle strutture e nel settore giovanile per cercare di essere rilevanti per le nuove generazioni. Oggi, a trentacinque anni di distanza, il fatto che la gente pronunci “Wingate & Finchley” come un unico nome dimostra che quella fusione ha creato un’identità solida e condivisa

Una svolta strategica arriva nel 2006 con Aron Sharpe, il papà di Joe, che mette il settore giovanile al centro del progetto. «La filosofia alla base di tutto era che Wingate non avrebbe gareggiato semplicemente spendendo più soldi di tutti gli altri. Dovevamo investire nello sviluppo delle persone.Questo significa coinvolgere non solo i giovani giocatori, ma anche gli allenatori. Bisogna dare un’opportunità ai talenti, costruire un percorso verso la prima squadra.» L’esempio più evidente di questa politica, e di ciò che il calcio dilettantistico può essere, è Ahmet Rifat. Ha collezionato oltre 400 presenze con il club, è coinvolto nel club da circa vent’anni e ora allena la prima squadra. «La struttura attuale è guidata da persone cresciute all’interno del club, non da comparse di passaggio. È una cosa di cui vado molto fiero», rivela il figlio di Aron.

In campo il risultato è ancora inchiodato sullo 0-0. Il livello non è stellare, ma il ritmo è serrato e si lotta veramente su ogni pallone. Viene naturale chiedere a Joe se qualcuno sia riuscito a compiere il grande salto. «Sì, diversi giocatori sono arrivati al professionismo partendo da qui, ed è un motivo d’orgoglio per tutti. Ryan Sellers ne è un ottimo esempio. È entrato a far parte del Wingate da giovane, è approdato in prima squadra, ha militato nella Nike Academy, e poi si è trasferito al Bolton, prima di giocare a livello professionistico per il Wycombe. Un altro è Alex Addai, che ha giocato in Football League con il Cheltenham Town. Lo sviluppo dei giocatori è da sempre un elemento fondamentale della nostra filosofia. Per un club del nostro livello, aiutare un giovane a crescere e ad affermarsi è un motivo di festa, non di risentimento

Nella stagione 2010-11 il club ha centrato uno storico triplete: Coppa di Lega, promozione in Isthmian Premier Division (con un gol al 118° minuto) e London Senior Cup. Per molti, la stagione calcistica perfetta. «Ma farei una distinzione tra la stagione migliore e il momento più importante», precisa Joe. «Si potrebbe sostenere che il 1946, anno di fondazione del Wingate, o il 1991, anno della fusione tra Wingate e Finchley, siano stati snodi ancora più cruciali, perché senza quei momenti il club non esisterebbe

Il trionfo in League Cup si è ripetuto nel 2026, con una coincidenza davvero suggestiva. Ahmet Rifat, Gavin King e Ola Williams, protagonisti in campo nel 2011, facevano parte dello staff tecnico che stava guidando un’altra generazione verso la conquista di un trofeo. «E poi c’è il diciottenne Afi Adebayo, che segna il gol della vittoria al 109° minuto contro il Ramsgate. Più di 1.000 persone erano presenti alla finale di Isthmian League Cup e circa 200 tifosi del Wingate erano dietro la porta a festeggiare. Quella sera ha incarnato perfettamente il motivo per cui le persone si dedicano così tanto al calcio dilettantistico.»

Sul rettangolo da gioco, intanto, Caoilan McGettigan è un funambolo e si distingue per alcune giocate davvero notevoli. Al minuto 65, il numero 7 dei Blues propizia il gol del vantaggio firmato Anointed Chukwu. L’esultanza dei duecento tifosi di casa è travolgente e contagiosa. Vedere bambini di neanche 10 anni festeggiare per un gol del club locale anziché per le grandi potenze londinesi come Arsenal o Chelsea ti lascia addosso la sensazione pulita che il calcio, qui, sia ancora al sicuro. E ti ricorda perché ci siamo innamorati di questo gioco.

È fantastico vedere diverse generazioni seguire con passione la propria squadra locale

Dopo una manciata di minuti di recupero, l’arbitro fischia tre volte e la partita finisce 1-0. Mi avvio verso la clubhouse, insieme a quasi tutti gli spettatori, tra una birra e un sidro di mele. Molte delle cose che vengono idealizzate nel calcio inglese esistono ancora realmente qui. Nulla è costruito a tavolino o artificialmente per ricreare un’esperienza “autentica”: lo è e basta.

Il club mantiene un forte legame con la comunità ebraica del nord di Londra, ma le partite disputate il sabato alle 15 implicano inevitabilmente che alcuni tifosi ebrei osservanti non possano assistere dal vivo. «Questa è una realtà con cui il club convive da decenni. In passato, però, abbiamo chiesto lo spostamento delle partite durante lo Yom Kippur.» Il Wingate & Finchley è una squadra di calcio al servizio dell’intera comunità locale, che rispetta il patrimonio culturale senza però pretendere che ogni persona all’interno della comunità ebraica si rapporti al calcio, alla politica o alla religione esattamente allo stesso modo.

«La nostra eredità ebraica è fondamentale, ma la nostra sede si trova in una delle città più multietniche del mondo e vogliamo che tutti si sentano liberi di venire qui. Solo la discriminazione non ha posto qui, è bene ricordarlo. Un club nato in parte in risposta all’antisemitismo ha la responsabilità di opporsi alla discriminazione in tutte le sue forme.» Esco dalla clubhouse per fare un salto al chiosco ristoro. Il menu propone tre piatti principali cucinati il giorno della partita da alcuni fornitori locali. Opto per un hamburger con petto di manzo affumicato con legno di faggio per otto ore, a sole 8,50 sterline.

È uno dei panini più deliziosi e succulenti che abbia mai assaggiato in vita mia, servito con il sorriso da due signore imparentate con alcuni membri del club. Il calcio dilettantistico mi dà ancora la sensazione che il calcio appartenga alle persone che ne fanno parte. Al Wingate & Finchley, invece di essere semplici spettatori, si entra a far parte di qualcosa. Si diventa parte integrante di un ingranaggio umano. Ci sono persone che dedicano i propri fine settimana e gran parte della propria vita a questa causa, a organizzare feste ed eventi, ma anche a progettare il futuro tra file e scartoffie. Poter contribuire a questo progresso è un privilegio immenso, se ci pensate.

Nel calcio moderno, dominato da grandi investimenti e interessi finanziari, preservare lo spirito del calcio dilettantistico è estremamente importante. A questo punto chiedo a Joe come si concilia la tradizione con un calcio in continua evoluzione. «Innanzitutto bisogna comprendere la differenza tra tradizione e nostalgia», chiarisce Joe. «La tradizione ti definisce; la nostalgia a volte ti dice che nulla dovrebbe cambiare. Vogliamo strutture migliori, un pubblico più numeroso, partnership commerciali più solide, mezzi di comunicazione più efficaci e una migliore presenza sui media digitali. Vogliamo una società calcistica che guardi al futuro. Non credo che preservare lo spirito significhi rifiutare la modernizzazione. Ciò che non bisogna perdere è l’accessibilità. Un tifoso deve continuare a sentire che questo è il suo club e che le persone che lo gestiscono sono disponibili. La crescita è positiva; la disconnessione dalla comunità non lo è.»

Terminati il panino e la pinta, mentre il sole inizia lentamente a calare sul terreno di gioco, saluto tutti e mi incammino verso la stazione di Liverpool Street pensando a cosa ho imparato. Da un lato, una storia calcistica di oltre 150 anni, dall’altro, un club fondato per combattere le discriminazioni. Quei due percorsi si sono intrecciati nel 1991 per dare vita a una realtà moderna, ambiziosa e profondamente attenta alla propria comunità. Si chiama Wingate & Finchley: una società che guarda avanti, senza mai dimenticare da dove è partita.


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Di Cosimo Giordano

Opinionista sportivo nel tempo libero, founder di Sottoporta, amo la pizza e il calcio internazionale. Sono quel tipo che ogni tanto ripensa alla carriera di Pauleta e che va a curiosare sulle rose del campionato australiano.

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