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India a piedi nudi

Anche l’India è terra di calcio. Lo sport più amato del mondo è in grande crescita nel paese, anche se il movimento calcistico indiano ancora è arretrato. Ma non è sempre stato così.

L’India è un paese dove il calcio è popolarissimo ed attira, soprattutto nell’est del paese, enormi folle negli stadi. Questo entusiasmo, però, non ha mai portato la nazionale indiana a grandi successi, tanto che ancora oggi è uno dei paesi meno vincenti del continente.

Ma c’è stato un periodo in cui una generazione di calciatori è arrivata a giocare due Olimpiadi consecutive. Un’epoca, quella tra gli anni ’40 e ’50, in cui il torneo calcistico dei Giochi Olimpici valeva più di una Coppa del Mondo. Alla quale l’India si qualificò una volta, senza, però, prendervi parte.

Un mondiale anomalo

Si tratta dei Mondiali di Brasile 1950. Fu un’edizione anomala, che vide una pioggia di ritiri nelle qualificazioni tale da costringere la FIFA a far disputare il torneo con ben tre posti in meno. La situazione a livello mondiale, con molte nazioni appena uscite dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, la difficoltà logistica nel preparare una spedizione in una nazione lontana, nonché varie dispute tra federazioni fecero sì che Portogallo, Turchia, Austria, Scozia, Finlandia, Belgio, Ecuador, Perù, Argentina, Siria rinunciassero. Il girone asiatico, addirittura, venne cancellato per il ritiro di Birmania, Filippine e Indonesia, spianando la qualificazione all’India, l’unica nazionale rimasta. Gli indiani vengono sorteggiati nel girone con Italia, Svezia e Paraguay, ma poco prima dell’inizio del torneo comunicarono la loro rinuncia. Per molti anni la mancata partecipazione è stata giustificata con il rifiuto di giocare calzando scarpe come la FIFA esigeva, ma è andata davvero così?

I piedi dei giocatori indiani per il match contro l'Australia a fine anni '40
I piedi dei giocatori indiani per il match contro l’Australia a fine anni ’40

We play football, whereas you play bootball!

Facciamo un passo indietro. L’India sorprende il mondo alle Olimpiadi del 1948 a Londra. Appena un anno prima ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna. La prima partecipazione ad un torneo calcistico internazionale diviene pertanto un evento assai sentito in patria. Gli indiani giocano quasi tutti scalzi, tra lo stupore degli spettatori. Disputano una grande partita contro la Francia, sbagliando due rigori e subendo il decisivo 2-1 ad un minuto dalla fine. I giocatori indiani escono dal campo applauditi dai 17.000 spettatori del Cricklefield Stadium ed i giornali li celebrano come se fossero i veri vincitori, apprezzandone la qualità del gioco e la tecnica. Al capitano Talimeren Ao viene chiesto perché giocassero a piedi nudi e, con tipico humor britannico, risponde: “Well, you see, we play football in India, whereas you play bootball!” (gioco di parole poco traducibile tra foot – piede – e boot – scarpa).

La squadra viene invitata a Buckingham Palace dalla principessa Margaret e si dice che lo stesso re Giorgio VI, contravvenendo alla rigida etichetta, volle sollevare i pantaloni di Sailen Manna per controllare se davvero gli indiani avessero “le gambe d’acciaio come sembra dalla potenza dei loro tiri”.

nazionale olimpica indiana calcio 1948
La nazionale olimpica indiana nel 1948

La buona impressione lasciata ai Giochi fa sì che per gli indiani piovano inviti per giocare amichevoli in tutta Europa. In Olanda battono 5-1 l’Ajax, a Wrexham 4-1 una selezione gallese. Sempre in Inghilterra battono 1-0 il Boldmere St.Michaels sotto un acquazzone che rende il campo un acquitrino fangoso. I giocatori devono calzare le scarpe e i giornalisti presenti notano come gli indiani si trovassero a disagio. Tornano in patria da eroi e preparano le qualificazioni ai Mondiali che, come detto, non dovranno poi disputare. Arriverà, però, la rinuncia alla partecipazione: la Fifa non accettava che gli indiani giocassero in Brasile a piedi nudi. Il che, oltre ai costi per la trasferta ritenuti troppo onerosi, giustificò il ritiro dell’India dalla competizione.

La verità su quell’India

La versione non venne mai messa in dubbio fino al 2011, quando una bella inchiesta di Sport Illustrated India ha fatto luce sulle reali motivazioni. Il giornalista Arindam Basu ha smontato la teoria dei costi troppo alti. Ha scoperto, infatti, dei documenti conservati nella sede della federazione indiana, in cui gli organizzatori brasiliani si offrivano di coprire la maggior parte delle spese. L’inchiesta ha smentito anche la storia del non poter giocare a piedi nudi.

È vero che la Fifa aveva chiarito ben prima dei Mondiali che non lo avrebbe permesso (cosa che l’India fece alle Olimpiadi del 1952, senza grandi risultati), ma non ci sono documenti di archivio in cui la Federazione indiana menzioni alla Fifa o agli organizzatori la questione. Inoltre, già in quegli anni diversi giocatori indiani avevano dichiarato di non aver problemi a giocare con le scarpe, cosa che per altro facevano ogni volta che il terreno non fosse asciutto. Ci pensò il capitano della squadra del 1950 Sailen Manna, intervistato da Basu, a rivelare il motivo principale del grande rifiuto. La Federazione indiana non considerava la Coppa del Mondo così importante da organizzare una spedizione dell’altra parte del mondo. Pertanto preferì concentrarsi sull’Olimpiade di Helsinki del 1952, la manifestazione calcistica ritenuta all’epoca più importante e prestigiosa.

Allora non avevamo idea di cosa fosse esattamente la Coppa del Mondo. Se fossimo stati informati meglio, avremmo preso in mano la situazione noi giocatori. Per noi l’Olimpiade era tutto, non c’era nulla di più grande.

Sailen Manna durante l’intervista di Basu

Dopo quella edizione, in realtà, l’India non si è più nemmeno iscritta alle qualificazioni dei Mondiali fino all’edizione di Messico 1986. Da quel momento si fermò sempre al primo turno, non riuscendo mai nemmeno a entrare nelle fasi finali che assegnano i posti ai mondiali. Anche la partecipazione alle Olimpiadi, il grande obiettivo degli anni pionieristici, è rimasta un ricordo sbiadito: l’India è assente dalla manifestazione di Roma 1960.


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