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Il senso del calcio a Tokyo 2020

A Yokohama il Brasile ha conquistato contro la Spagna il suo secondo oro di fila nel calcio olimpico. Dall’altra parte, il Canada ai rigori ha ottenuto l’alloro al femminile, contro la Svezia. Ma il gioco di squadra più popolare del mondo è apparso quanto mai fuori contesto nella rassegna a Cinque Cerchi, dove il calcio è stato portavoce di questioni politiche di più ampia portata.

Con i Giochi di Stoccolma, nel 1912, il calcio era entrato di prepotenza all’interno dello spettacolo di massa quale rappresentante di pulsioni nazionaliste che, di lì a poco, avrebbero sviluppato tutta la propria forza esplosiva. A ridosso della Grande Guerra, nel congresso di Christiania (Oslo) del 1914, la FIFA si era preposta di sfruttare questo successo per accrescere il suo potere in seno all’International Board.

La risoluzione adottata dai pionieri politici del calcio mondiale, recitava:

“A condizione che il Torneo Olimpico di Football abbia luogo in conformità con il regolamento della FIFA, quest’ultima riconoscerà questo Torneo come campionato del mondo di football per amatori”.

Archivi FIFA, serie Congrès. Verbale dell’XI congresso, Christiania, 27 e 28 giugno 1914

FIFA e CIO: amici nemici

La Guerra, tuttavia, avrebbe posto un freno ai propositi della FIFA. Ma questo congresso mise immediatamente in luce diversi aspetti controversi del calcio olimpico, che avremmo ritrovato più avanti. Anzitutto, la differenziazione fra “amatori” e “professionisti”, un toponimo ricorrente nella complicata storia del football, in particolare di quello a Cinque Cerchi. In secondo luogo, la considerazione che le Olimpiadi dell’immediato dopoguerra avrebbero assunto, ex post, sino ai giorni nostri.

Un esempio in merito? La diatriba tra FIFA e Federazione calcistica uruguayana, sul numero di stelle (ovvero, di allori mondiali) presenti sulla casacca della Celeste. L’Uruguay, considerando Parigi 1924 e Amsterdam 1928 alla stregua di campionati mondiali di calcio, si fregia di quattro stelle. Ovviamente, con l’aggiunta delle imprese di Uruguay 1930 e Brasile 1950 (quella del Maracanaço).

Proprio la FIFA, che ufficiosamente ha considerato per decenni le rassegne olimpiche, da essa organizzate, del 1924 e del 1928, come campionati Mondiali, di recente ha chiesto all’Uruguay di cancellare le dos estrellas “olimpiche” dalla gloriosa camiseta. Un autentico coupe de theatre, un cambio di rotta che ha sorpreso i meno avvezzi alle bizze politiche del massimo organo sovrastrutturale del calcio.

Dicevamo: la FIFA e il CIO non si sono mai piaciuti. Ad Anversa 1920, il filone del calcio come principale attrazione sportiva a squadre aveva lentamente ripreso quota. Un’Olimpiade, come abbiamo riportato di recente su questi schermi, in cui il pallone aveva fatto da valvola di sfogo per quei nazionalismi mai sopiti che la Guerra, finita da troppo poco tempo, trascinava con sé come effetto corollario. Con conseguenze devastanti, che sarebbero sfociate in un secondo conflitto mondiale.

La FIFA mostrava la sua faccia più appetibile, quella sorta di continuazione sportiva della Società delle Nazioni, di wilsoniana memoria. Il nodo cruciale si aggrovigliava però attorno al presunto amateurismo che i Giochi propugnavano. Conditio sine qua non per essere invitati a giocare a calcio sotto l’egida della FIFA e all’interno delle Olimpiadi. Inoltre, l’ostracismo verso gli ex imperi centrali, espressione del fortunato “calcio danubiano”, da parte degli inventori del football, aveva costretto le federazioni britanniche, sotto l’ombrello della Football Association, ad un faccia a faccia con la FIFA concluso con una vera e propria “Brexit” calcistica. L’Inghilterra non avrebbe preso parte ai Mondiali di calcio prima del 1950, tentando invano di riconoscere i successi olimpici del 1908 e del 1912 come competizioni iridate.

La nascita dei Mondiali e il posto del calcio alle Olimpiadi

Jules Rimet era un politico di grande acume. Non solo un pioniere, filo-britannico a dispetto della sua identità francese. Comprese che la FIFA non aveva più bisogno del CIO e della rassegna olimpica per promuovere il calcio. Uno sport che, ad alti livelli, aveva ormai subito le fascinose contaminazioni del dio denaro, in via ufficiale. Il professionismo, attraverso i vari campionati nazionali, non era più un segreto da custodire gelosamente dietro la facciata dei rimborsi o degli stipendi elargiti dalle aziende, proprietarie dei club, ai propri “dipendenti”. Il football, appannaggio fin da principio dell’aristocrazia e delle élite, si era definitivamente trasformato in un fenomeno di massa, necessario a coinvolgere e gestire larghissime fette della popolazione.

Eppure, i primi mondiali di calcio, in Uruguay, non godettero affatto nel Vecchio Continente della giusta considerazione. Insieme al fidato Henry Delaunay, che più avanti avrebbe dato il nome agli Europei di calcio, Rimet si trovò un po’ spaesato, al ritorno da Montevideo, dopo aver consegnato la “sua” coppa nelle mani del Mariscal Nasazzi, capitano della Celeste.

Non potevano esistere mondiali senza professionismo. Il perché è presto detto. In termini di tempo e impegno sportivo, il calcio avrebbe assorbito gli atleti più di quanto qualunque azienda o attività lavorativa sarebbero state disposte a concedere. Non è un caso che, senza l’accordo con la Peugeot, la nazionale francese non sarebbe mai partita per Montevideo. Il primo calciatore a segnare un gol ai Mondiali, Lucien Laurent, era dipendente della casa automobilistica francese. Così come lo stesso Alexandre Villaplane, figura di spicco del calcio francese, condannato a morte come criminale di guerra nel 1944 per aver collaborato con l’invasore nazista.

Il gol decisivo di Annibale Frossi all’Austria nella finale di Berlino 1936, gara in cui siglò una doppietta (udinesecalcio.it)

Dopo l’assenza a Los Angeles 1932, il calcio sarebbe tornato ai Giochi di Berlino 1936. Ivi nacque, fra le altre, la leggenda di Annibale Frossi che contribuì con 7 reti in 4 gare all’oro degli Azzurri di Vittorio Pozzo. Tutti i componenti della nazionale italiana erano all’esordio internazionale. La rassegna olimpica, infatti, non poteva contare su professionisti, per quanto diversi atleti, studenti universitari e di scuola superiore, appartenessero già a grandi club. Si pensi a Foni e Rava della Juventus, futuri leader difensivi della pressoché imbattibile Italia di Pozzo che avrebbe vinto il suo secondo mondiale nel 1938 a Colombés.

Dal dopoguerra a Tokyo 2020: ha ancora senso il calcio olimpico?

Dopo la vittoria della Svezia di Gren, Nordahl e Liedholm a Londra 1948 e “l’armistizio” fra la FIFA e la Football Association, il calcio olimpico vide una netta prevalenza delle nazionali oltre la Cortina di Ferro. Nei Paesi dell’Est il calcio era amatoriale per legge. Gli atleti, difatti, appartenevano alle varie categorie lavorative e militari dei regimi sovietici e filo-sovietici. Ciò vide la vittoria di selezioni che potevano contare su calciatori spesso fenomenali. Professionisti de facto e non de iure.

L’Ungheria di Puskas (Helsinki 1952). L’URSS di Jascin (Melbourne 1956). La Jugoslavia di Galic a Roma 1960. Il secondo e terzo sigillo dell’Ungheria a Tokyo e Città del Messico. La Polonia di Deyna a Monaco 1972. Fino ad arrivare alla Germania Est di Montreal 1976 e alla Cecoslovacchia di Mosca 1980. Solo nel 1984, con le Olimpiadi di Los Angeles, boicottate dai regimi comunisti, sarebbe tornata a vincere una nazionale non appartenente all’Europa dell’Est, grazie anche ad un cambio di regolamento. Era prevista a quel punto la presenza di calciatori che non avessero preso parte a partite ufficiali di qualificazione, o della fase finale, dei campionati del Mondo di calcio.

Di contro, già a partire da Roma 1960, negli almanacchi ufficiali degli Azzurri, non vi è più traccia delle partite dell’Italia in quanto “nazionale A”.

Il goffo tentativo di riportare il professionismo nel calcio olimpico ebbe luogo principalmente a partire da Seul 1988. Fu l’URSS a vincere. Ma il Brasile, argento, poteva contare ad esempio su molti futuri campioni iridati a USA ’94, come Romario, Bebeto, Jorginho, Mazihno e Taffarel.

Con il crollo dei regimi sovietici e la fine della Guerra Fredda, a Barcellona 1992 si decise di portare definitivamente il calcio olimpico all’interno di una competizione “giovanile”. La regola degli under-23 sarebbe stata successivamente modificata con la possibilità di utilizzare 3 “fuoriquota” senza limiti d’età.

La vittoria casalinga della Spagna fu quindi seguita dal dominio africano e dal definitivo emergere delle potenze giovanili sudamericane e centramericane. Il 1992 corrisponde all’ultimo oro guadagnato da una selezione europea. Dopo l’oro della Nigeria (Atlanta ’96) nell’emozionante finale contro una fortissima Argentina, a Sydney sarebbe stata la volta del Camerun (ai rigori contro la Spagna di Xavi). L’Argentina si sarebbe rifatta con gli interessi grazie alla doppietta 2004 e 2008. In particolare a Pechino la squadra guidata da Messi fece letteralmente il vuoto. Eppure, fino alla Copa America 2021, nessuno ha mai citato questo successo come parte del palmarès di Leo con la nazionale.

La sorprendente vittoria del Messico a Londra contro il Brasile, avrebbe rimandato di quattro anni i primi successi Verdeoro nel calcio Olimpico. Con Rio e Tokyo, la Seleçao è riuscita finalmente ad ottenere l’oro a Cinque Cerchi, addirittura prendendoci gusto. Non ci era riuscita neppure la selezione del 1996 guidata da gente come Ronaldo e Rivaldo, sconfitta in rimonta dai futuri campioni della Nigeria. Al tempo, almeno agli occhi di chi vi scrive, il calcio olimpico aveva ancora senso. Ma oggi tutto è cambiato.

Tokyo 2020: gli ultimi vagiti significativi del calcio olimpico

La presenza di Dani Alves da fuoriquota e di Richarlison, 24enne bomber dell’Everton, ha assicurato al Brasile la dose di classe ed esperienza necessaria ad arrivare fino in fondo. Quattro anni dopo la Seleçao di Neymar a Rio, l’obiettivo oro, storica chimera brasiliana ai Giochi, è stato nuovamente raggiunto. Argento, il terzo nel suo medagliere calcistico, alla Spagna. Le Furie Rosse, nate proprio a partire da Anversa 1920, avevano portato a Tokyo una selezione fortissima. Per tasso tecnico e analogia nelle convocazioni, una squadra replica di quella eliminata dagli Azzurri a Euro 2020. Eppure non è bastato.

Il gol di Malcom ai supplementari ha regalato la vittoria al Brasile. Dani Alves ha potuto rilanciare, alla soglia dei 39 anni, la sua candidatura per Qatar 2022, laddove il Brasile vive in un’anti-storica penuria di terzini destri di qualità e il solo Danilo non sembra sufficiente.

Richarlison ha trovato il modo di polemizzare con il quotidiano argentino Diario Olé. Un semplice senso di rivalsa dovuto all’ancora fresca sconfitta casalinga nella finale della Copa America contro l’Argentina.

Alla delusione spagnola ha fatto da contraltare il bronzo del Messico, che solo a causa dei rigori è stato eliminato dal Brasile in semifinale dopo aver mostrato un gran calcio. La sfortunata Costa D’Avorio si è rivelata la migliore della africane, mentre l’Argentina è uscita ai gironi senza colpo ferire. Ottimi i risultati del mondo oceanico con Australia e Nuova Zelanda. Il Giappone padrone di casa è stato sconfitto solo da un gol del madridista Asensio ai supplementari ed ha concluso al quarto posto un’ottima Olimpiade.

Tokyo 2020: il calcio, la politica e la questione di genere

Solo dal 1996 il calcio femminile è presente alle Olimpiadi. Tre sono state le vittorie degli Stati Uniti. Un Paese in cui il soccer ha sempre avuto qualche difficoltà di riconoscimento. Ne abbiamo parlato di recente, con riferimento alla Gold Cup, vinta nell’ultima edizione proprio dagli USA sul Messico.

Più che la complicata genesi della MLS, è stato il calcio femminile a reintrodurre gli americani al gioco più popolare del mondo. Ma non è tutto. Campionesse come Megan Rapinoe hanno utilizzato i successi della selezione americana per veicolare messaggi più importanti.

La stessa Rapinoe, con un pizzico di amarezza, si è resa protagonista di un’uscita infelice, all’indomani della sconfitta contro il Canada futuro campione olimpico. Il suo “fa male, non ho mai perso contro il Canada”, ha dato sfogo ad insulti da ogni parte. I più eleganti, i canadesi. Quelli più sprezzanti, da parte dei connazionali. Toh, chi si rivede. Proprio il caso di dirlo. L’ex presidente Donald Trump non ha perso tempo, riportando in auge un concetto spesso proposto in relazione agli atleti afroamericani del basket NBA. Quello “shut up and dribble” diventato virale attraverso la rete repubblicana Fox News.

La Rapinoe, paladina dei diritti delle minoranze, “woke” nel gergo politico americano, è stata quindi nuovamente vittima del classico contrappasso degli haters del web. Vinci, sei un eroe. Perdi, perché pensi alla politica e non ad allenarti. Il meraviglioso bacio alla sua compagna Sue Bird, fuoriclasse della WNBA e cinque volte oro olimpico con Tokyo 2020, ha fatto il resto.

Eppure, la storia più importante viene dal Canada campione. Il suo centrocampista centrale, Quinn, è passata/o alla storia come la/il primo atleta transgender, non-binary , a vincere una medaglia olimpica. Identificata/o in inglese coi pronomi they/them/their, Quinn ha sbattuto in faccia al comitato olimpico e al mondo una questione di genere che il CIO non ha ancora avuto modo di regolamentare.

Dopo le polemiche relative a Lauren Hubbard, atleta neozelandese transgender nella disciplina del sollevamento pesi, eliminata senza arrivare a medaglia, è stata la volta di Quinn. Sono 4 le/gli atlete/i transgender alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Oltre 160 quelle/i che si riconoscono in una delle categorie LGBTQ+. Senza il calcio femminile, probabilmente, la questione sarebbe stata ulteriormente rimandata. Grazie a Quinn e al Canada, il CIO dovrà infine prenderne atto e creare una storica regolamentazione che tenga contro dei diritti di genere delle minoranze. Una questione di rilevanza politica mondiale.

In cocnlusione, se il calcio femminile alle Olimpiadi ha un valore analogo a quella della Coppa del Mondo, quello maschile ha ormai perso di interesse. La riconferma ai Giochi dello sport di squadra più praticato al mondo, non può prescindere da riforme non più rimandabili. Farlo passare per una competizione giovanile under-23 non ha più senso. Ci sono i Mondiali di categoria, dagli under-20 in giù, a svolgere questo compito. Perché a 23 anni, considerare i calciatori come “giovani” è, nei fatti, contro-intuitivo e contro-producente. Il calcio maschile, alle Olimpiadi, ha ormai un peso nullo se non per rimpinguare il medagliere delle nazionali più forti negli sport di squadra.


Il meglio del calcio internazionale su Sottoporta: Cosa abbiamo capito della Conference League

Fonte immagine di copertina: El Diario NY

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