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121 anni di Uruguay

L’Asociación Uruguaya de Fútbol, ovvero il massimo ente calcistico dell’Uruguay, festeggia quest’oggi 121 anni di vita.

“È la somma di tutto ciò che può significare il calcio sudamericano. La Federazione dell’Uruguay ha aperto la strada alle imprese più sublimi nella storia del calcio mondiale.”

Omaggio della Comnebol ai 121 anni della Federazione Uruguaiana

Montevideo, è il 30 marzo del 1900: in calle Solis, nel brulicante caos del porto della città, al numero 15 si trova la sede delle assicurazioni “El Siglo”. Il proprietario è Enrique Cándido Lichtenberger, uno degli uomini più in vista della città, nonché grande appassionato di una delle mode del momento: il gioco del foot-ball. Ha fondato 9 anni prima l’Albion FC, il primo club del paese dedicato solo alla pratica del calcio. Lichtenberger invita i dirigenti di Central Uruguay Railway Cricket Club, (CURCC), Deutscher Fussball Klub e Uruguay Athletic: vuole proporre loro la creazione di un campionato organizzato nazionale.

L’Albion FC guidato da Lichtenberger in alto a sinistra (Fonte: albionfc.uy)

Una nazionale multietnica in una nazione multietnica

Nel paese si gioca a calcio fin dal 1881 per iniziativa di società sportive come Montevideo Rowing e Montevideo Cricket. Sono circoli elitisti riservati solo agli inglesi, nei quali tra le varie attività proposte ai soci figurano i pic-nic e il tè delle cinque. In pochissimo tempo, però, il gioco del foot-ball conquista gli uruguaiani, tanto che qualche anno dopo un cronista scrive:

“Giocano tutti a calcio. In ogni momento, non importa quanti contro quanti. Di giorno, nel campo, al pascolo, sulla strada acciottolata facendo muro con il cordolo del marciapiede. Con una palla di carta, rivestita o meno di calza, con una palla di gomma, o qualsiasi altra cosa o assomigli lontanamente a una palla. E anche di notte, alla luce della luna o alla luce del lampione all’angolo.

Mentre, per esempio, nel vicino Brasile le prime società difendono orgogliosamente la propria “purezza razziale”, vietando neri e meticci di iscriversi o di giocare, in Uruguay il calcio diventa da subito uno sport trasversale. È lo specchio di una società non solo multietnica, ma che fa della naturale integrazione una delle caratteristiche distintive. Già al primo Campionato Sudamericano (l’attuale Copa America) del 1916 l’Uruguay si presenta con atleti di colore, suscitando le proteste ufficiali della delegazione cilena, che accusa gli avversari di “utilizzare africani neri nella loro squadra”.

Erano Juan Delgado e Isabelino Gradín, due discendenti di schiavi, nati a Montevideo. Gradin fu uno dei primi idoli nazionali, atleta polivalente straordinario, miglior giocatore e capocannoniere di quel campionato e campione e recordman sudamericano sui 200, 400 e 4×400 metri. L’Uruguay avrebbe vinto la competizione e iscritto il suo nome sull’albo d’oro del calcio sudamericano per primo: 14 anni dopo avrebbe replicato l’impresa, questa volta in Copa Rimet, questa volta davanti a nazioni provenienti da tutto il mondo.

Il primo campionato

Ecco perché il 30 marzo di 121 anni fa i quattro club aderiscono entusiasticamente alla proposta di Lichtemberger: nasce così The Uruguay Association Football League. Statuto e regolamento ricalcano quelli della Football Association inglese, unanimemente riconosciuta come il modello da seguire. Viene scelto come primo presidente Pedro Charter del CURCC, il club che nel 1913 diventerà il Peñarol. Dopo diversi cambi di denominazione si arriverà all’attuale Asociación Uruguaya de Fútbol dal 1970.

Come stabilito, il primo atto della nuova entità è quello di organizzare un campionato fra le quattro squadre. Vincerà il CURCC, forte di diversi lavoratori inglesi della compagnia ferroviaria nelle sue fila. Una squadra di giovani studenti universitari fondata un anno prima, il Nacional, non viene ammessa al campionato con la motivazione, alquanto bizzarra, di essere una squadra composta solamente da uruguaiani, considerati “troppo deboli fisicamente” per competere. Gli studenti, però, vincono quasi tutte le partite amichevoli che disputano e dall’anno successivo vengono ammessi al campionato, dando vita, con il CURCC/ Peñarol, ad una delle rivalità più antiche della storia del calcio.

“Giocare a Montevideo è un obbligo morale”

Tale è l’efficienza della Federazione che già nel 1905 è riuscita ad organizzare tre divisioni. Quando i maestri inglesi del Nottingham Forest annunciano che disputeranno delle partite amichevoli a Buenos Aires, è la stessa Federazione argentina a suggerire di programmarne anche a Montevideo. “E’ un obbligo morale, vista la qualità delle squadre presenti”.

Insieme a i calciatori inglesi sbarca nella capitale “oriental” anche sir Thomas Lipton, mercante di té e imprenditore scozzese, che dona un trofeo da mettere in palio tra i paesi delle due sponde del Rio del Plata, la “Copa de la Caridad”, che si giocherà fino al 1992, con incasso destinato, per volere dello stesso Lipton, ai due “Hospital de Caridad” presenti a Montevideo e Buenos Aires, affinchè “vengano assistiti tutti i tipi di pazienti, di qualunque nazionalità siano e di qualsiasi religione”. Le partite tra club uruguaiani e argentini, vista la prossimità geografica, si giocavano fin dai primi anni del secolo: la Copa Competencia Internacional Chevallier Boutell, si disputa dal 1904, la Copa de Honor dall’anno seguente, entrambe con squadre delle due capitali e di Rosario.

I primi successi dell’Uruguay

La nuova Federazione non solo consolida l’organizzazione del calcio locale, ma si fa promotrice anche della fondazione di una confederazione internazionale con i paesi vicini. Con l’adesione di Argentina, Brasile e Cile, nasce il 9 luglio del 1916 a Buenos Aires la Confederación Sudamericana de Fútbol (Comnebol), che, come detto, avrebbe organizzato subito il Campionato Sudamericano. L’Uruguay avrebbe alzato al cielo il trofeo per la prima volta: un classico dell’Uruguay, arrivare prima di chiunque altro.

Nel 1923 l’Uruguay si affilia alla Fifa e ottiene, con la vittoria al Sudamericano, la qualificazione alle Olimpiadi dell’anno seguente. A Parigi l’Europa conosce per la prima volta la Celeste. Era una squadra composta da una generazione di fuoriclasse, forse irripetibile: Héctor Scarone, Josè Pedro Cea, Pedro Petrone, Alfredo Romano, il capitano Josè Nasazzi e “La Merveille Noire” Jose Andrade. La Celeste esordisce con un eloquente 7-0 alla Jugoslavia e non si ferma più. Ne fa 3 agli USA, supera 2-1 l’Olanda e vince ancora 3-0 contro la Svizzera allo stadio Colombes. Primo titolo olimpico in bacheca.

“Giocare a Montevideo è un obbligo morale, vista la qualità delle squadre presenti”

Non c’è omaggio più prestigioso di quello fatto dai tuoi più acerrimi rivali

Quattro anni più tardi, ad Amsterdam, l’Uruguay bissa il successo olimpico e la Fifa lo riconosce come titolo mondiale. La Federazione uruguayana potrà cucire quattro stelle sullo stemma, al termine di due partite memorabili contro l’Argentina. Gli organizzatori ricevettero 250mila richieste di biglietti da tutta Europa per poter vedere in azione i fenomeni sudamericani. I due successi olimpici ebbero come logica conseguenza la vittoria al primo campionato del mondo, organizzato proprio dall’Uruguay e strappato ancora sugli eterni rivali albicelesti nel nuovissimo stadio Centenario, costruito per l’occasione.

18 luglio 1930, inaugurazione dello stadio Centenario: l’Uruguay vince 1-0 contro il Perù, il primo passo verso il titolo mondiale (Fonte: siadelporte.com)

Non resta che augurare ancora tanti successi all’Uruguay

L’Asociación Uruguaya de Fútbol può vantare una storia di successi invidiabile. Sono numerose le date incise nella storia della Celeste. Il Maracanazo del 1950, che consegnò il secondo titolo mondiale all’Uruguay e la più grande tragedia sportiva del ‘900 ai libri di storia. I tre quarti posti ai Mondiali nel 1954, 1970 e 2010, ma anche le 6 mancate qualificazioni alla massima competizione calcistica internazionale. Le 15 vittorie della Copa America, un record in Sudamerica, ma anche lo scandalo che travolse la Federazione nel 2018 e che portò al commissariamento della Fifa. Un’onta che certamente avrebbe inorridito i gentiluomini presenti quel 30 marzo in calle Solis. Nel bene e nel male, una delle Federazioni calcistiche più gloriose del mondo compie 121 anni. Non resta che augurare ancora tanti successi all’Uruguay, la nazionale miracolosa e irripetibile.


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Immagine di copertina tratta da: Sportsophia – WordPress.com

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