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J’accuse la Superlega

Il dibattito sulla Superlega ha raggiunto temperature altissime. La presa di posizione della UEFA è stata forte e decisa, mentre ci si chiede cosa possa rappresentare questo evento per la storia del calcio.

J’accuse: il commento di Davide

“La società è composta di due grandi categorie di persone: chi ha più cibo che appetito, chi ha più appetito che cibo.”
La massima di Nicolas de Chamfort riassume bene la mia opinione sul nuovo progetto della Superlega. La Champions League, nell’attuale formula è una monarchia parlamentare, che lascia la possibilità a qualche plebeo di sedersi al banchetto, almeno per gli antipasti. La nuova Superlega sarà una monarchia assoluta, dove i non nobili resteranno fuori dal castello, protetto da un invalicabile fossato.

J’accuse: il commento di Luigi

E venne il giorno tanto temuto. La Superlega non è più una chimera, almeno nell’atto formale: il masso è stato lanciato sul pianeta calcio del Vecchio Continente. Un processo graduale, causato dal pluriventennale spostamento di forze economiche nelle casse di pochi, esclusivi club, gli stessi che vorrebbero sovvertire le regole base dello sport: vincere per diritto divino, non per merito.

Alcuni dei più prestigiosi club d’Europa vogliono evadere dai dirimpettai, comuni mortali che opprimerebbero la loro voglia di cambiamento e di miglioramento, il grido di dolore di chi si sente delegittimato in caso di esclusione dalla Champions, perchè così facendo perderebbe gran parte dei propri ricavi. In questo pianeta calcio, anno 2021, stanno venendo al pettine teorie elitarie che vorrebbero escludere il calcio dalla propria radice agonistica: in un mondo dove l’Atalanta, il Leicester e il Siviglia hanno un percorso migliore, o comunque simile, rispetto a colleghe più ricche, queste vengono escluse senza apparente motivo sportivo.

Ma non meravigliamoci, in fondo, è da decenni che il football marcia verso questo cambiamento epocale, più concreto che mai, solo che non abbiamo mai voluto dare il giusto peso alle avvisaglie: quando hanno elevato da due a quattro il numero di partecipanti in Champions, per i maggiori campionati. Quando hanno eliminato i preliminari sempre per le stesse leghe, quando Galliani ed altri padroni del transatlantico aprirono il dibattito. Un’ultima cosa: cambiamento non significa monopolio assoluto, investire non significa schiacciare, il calcio ha una radice popolare che va rispettata. Prepariamoci ad un muro contro muro estenuante che potrebbe cambiare per sempre il Gioco.

Il comunicato ufficiale della UEFA

J’accuse: il commento di Cosimo

Un giorno, un uomo innamorato del calcio si è chiesto che cosa ne sarà del calcio tra 100, 200 anni. Si è domandato soprattutto una cosa: “Ma si giocherà sempre in 11?”. Qualcuno gli ha risposto: “Le cose sono andate bene finora con 22 calciatori in campo, la storia si è fatta così, perché cambiare?”. Perché cambiare?

Il cambiamento nella vita talvolta è difficile da accettare, perché molti hanno paura di una nuova situazione da affrontare, non in linea sulle esperienze vissute prime. Vedete un po’ le sostituzioni aggiuntive messe in atto per soccombere all’emergenza coronavirus: facevano paura, una cosa mai vista prima, ora è abitudine. Però c’è da puntualizzare la cosa. Che la sostituzione non è parte basilare del gioco. Fondamentale, essenziale, decisiva, ma un cambiamento accettabile. Proiettati già verso il futuro, chissà se negli anni venire questa regola sarà mantenuta.

Di sicuro nessuno toccherà gli 11 titolari per squadra all’iniziale fischio dell’arbitro, sarebbe una tragedia se si dovesse cambiare una cosa così. Ricordate adesso il Golden Goal? Anche lì si era proiettati verso il futuro, un futuro durato solo undici anni. La bellezza di finire tradizionalmente una partita, con la paura di subire una rete allo scadere, o la gioia di ribaltare il match negli ultimi minuti di un supplementare, non ha eguali. Bisogna provare per vedere se un esperimento funzioni o meno. Però bisogna saper proporre altrettanto bene, senza snaturare ciò che i tifosi amano. Il gioco deve restare essenzialmente così com’è. Siamo tutti del parere che tutto si può migliorare, ma cambiare modo di tifare, di guardare e di seguire il calcio, no.

J’accuse: il commento di Francesco

“Il calcio è uno sport fondato sulla meritocrazia”. Questo è uno dei principali comandamenti di questo sport che è stato ribadito dalla UEFA all’annuncio di una imminente creazione di una Superlega, a cui parteciperebbero alcune big europee. La creazione di una competizione elitaria andrebbe prima di tutto ad impedire ai cosiddetti “underdog” di giocarsela con i più grandi. A Nyon, infatti, partirebbero importanti sanzioni, tra cui un ban definitivo per le squadre coinvolte in questo nuovo progetto per qualsiasi competizione UEFA.

Questo pugno duro, però, porterebbe ad un’importante conseguenza: l’assenza di compagni come Real Madrid, Barcelona, Manchester City e Liverpool comporterebbe una perdita di lustro per le competizioni europee. Ora che fare? Prima di attuare il pugno duro, Ceferin dovrà sicuramente tentare una mediazione con le squadre allo scopo di naufragare questo progetto e ascoltare le loro proposte in vista della riforma del 2024. Una cosa è certa: oggi è iniziata la rivoluzione del calcio e sarà più turbolenta del previsto.

“Qualora dovesse avvenire, desideriamo ribadire che noi – UEFA, la FA inglese, la RFEF, la FIGC, la Premier League, LaLiga, la Lega Serie A, ma anche la FIFA e tutte le altre associazioni affiliate – rimarremo uniti nei nostri sforzi per fermare questo progetto cinico, fondato sul mero interesse personale di pochi club in un momento in cui la società ha bisogno della solidarietà più che mai”.

Comunicato UEFA, 18 aprile 2021

J’accuse: il commento di Luca

Non deve affatto sorprendere la strategia dei top club europei di puntare alla formulazione di una Superlega. Il processo, in atto da decenni, ovvero dalla creazione della Champions League come la conosciamo oggi, è indirizzato verso un calcio sempre più elitario, volto alla massimizzazione dei profitti e, di contro, alla minimizzazione dei rischi di partecipazione alla spartizione della torta. Il calcio europeo è nelle mani di un’oligarchia di club. Del resto, fra le migliori otto d’Europa, ogni anno, è molto raro riscontrare la presenza di squadre con un fatturato al di fuori della top 10-15 continentale.

I casi dell’Atalanta nella scorsa stagione, o del Porto di quest’anno, sono eccezioni, indicative del fatto che il merito tecnico può arrivare fino ad un certo punto, se non sostenuto da adeguate risorse finanziarie. Ritengo inevitabile che questo processo porti ad una sorta di licenza di affiliazione, secondo criteri di adeguatezza sportiva e finanziaria, dei top club europei ad una lega in cui competere al di là dei campionati nazionali e dei risultati in essi conseguiti. L’esempio dell’Eurolega di basket, in questo senso, è emblematico, con le dovute proporzioni e differenze di sviluppo del gioco.

J’accuse: il commento di Umberto

Nel processo di mercificazione del calcio europeo, la nascita di una Superlega era una tappa attesa da tempo, data per scontata. Eppure oggi, all’uscita della clamorosa notizia, il grido di sdegno si è levato all’unisono da ogni angolo d’Europa. Fifa e Uefa si sono contemporaneamente portate la mano alla bocca, apparentemente esterrefatte dal vile tentativo di aggressione ai valori e agli alti obiettivi perseguiti negli anni dagli integerrimi organi del calcio europeo. In un attimo tutti si sono uniti nel condannare quella che sarebbe la fine del “vero calcio”, il calcio delle promozioni, del merito sportivo, della retrocessione e delle vittorie sul campo.

Come se fra 19 mesi non si disputasse il mondiale di calcio in Qatar, con oltre 6500 operai morti nei cantieri che Gianni Infantino ha più volte visitato, sorridente fianco a fianco dello Sceicco. Come se questo calcio di Sepp Blatter, Infantino e Platini fosse il “vero calcio”, quello delle commissioni di Mendes e Raiola. O quello in cui, nelle semifinali di Champions League, ci sono tre squadre su quattro costruite con i miliardi del petrolio. L’idea di un campionato di pochi-e-ricchi è quanto di più lontano ogni amante del calcio possa immaginare. Ma se servirà a provocare un terremoto che mini le fangose e stagnanti fondamenta del “vero calcio” a cui siamo assuefatti, io dico: ben venga la Superlega.

J’accuse: il commento di Matteo

Con tanta malizia, potremmo paragonare la saetta di Ruslan Malinovskiy a quel colpo di proiettile che gettò l’Europa della Belle Époque nell’inferno della Prima Guerra Mondiale. Ruslan Malinovskiy come Gavrilo Princip: un colpo al cuore di un impero decadente, che si chiami Impero Austroungarico o Juventus. Con tanta malizia, potremmo pensare che sia strana la coincidenza dell’annuncio di questa Superlega, arrivata nel momento in cui la squadra bianconera sembra così vicina, ma così lontana dall’obiettivo della Champions League. In comune c’è la stessa eccitazione, la stessa attesa, spasmodica,di seguire il corso degli eventi, consci che qui e subito si stia facendo la storia.

Tralasciando queste strampalate metafore, non dobbiamo stupirci che il calcio europeo abbia preso una virata così decisa. Così come la Grande Guerra non fu solo il frutto di un attentato di una calda estate bosniaca, questa Superlega non è altro che il punto finale di una corsa esasperata dalla morsa della crisi e da anni e anni di mancati controlli sulle società più ricche. Dai dirigenti delle grandi squadre fino ai tifosi, tutti noi abbiamo accettato un calcio che si è spogliato delle sue radici popolari per divenire business. Arrivano tardi le minacce della UEFA, peraltro avvolte da una sottile patina d’ipocrisia. Questa Superlega è solo l’ultima tappa, per ora, di un lungo percorso che ha portato il calcio ad essere dominato dalle plutocrazie di oggi. E non è un caso che ad essere favorevoli a questa soluzione, la peggiore cura dei malanni di questo sport, siano proprio quelle società che non hanno un posto garantito nel massimo palcoscenico europeo. Mala tempora currunt, ma davvero questa Superlega è un fulmine a ciel sereno?


Su Sottoporta, tutto il meglio del calcio internazionale: Attenzione a… Ísak Jóhannesson

Fonte immagine di copertina: Bleacher Report.

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