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Lo spazio di van de Beek

Donny van de Beek non sta trovando lo spazio che ci si attendeva nello scacchiere dello United di Ole Gunnar Solskjaer: spieghiamo perché non è scoccata la scintilla fra il centrocampista olandese e il manager norvegese.

L’aereo appena decollato dall’aeroporto di Amsterdam Schiphol è diretto a Manchester, con un biglietto di sola andata.

Donny viaggia in business class ma non ha preso sonno tutta la notte. Guarda fuori dal finestrino, quella che 13 anni prima è diventata la sua città. I giganteschi polders che ne intagliano la geografia fisica in innumerevoli quadranti. Un Paese per definizione sotto il livello del mare, in cui da secoli i suoi abitanti, per non piegarsi al determinismo ambientale, hanno scelto di riconsiderare proattivamente lo spazio intorno a sé.

Canali, dighe, nuovi appezzamenti là dove l’acqua inondava la terra da molto prima che i pittori olandesi la ridipingessero. Imbarcazioni, costruite per reggere rotte a lunghissima percorrenza, in modo da sviluppare l’altra innata skill dei nativi delle Nederland: la navigazione a scopi commerciali.

Donny Van de Beek, originario di Nijkerkerveen, un paesino di poco più di 500 anime nella provincia del Gelderland, era solito andare a tifare Ajax col padre quando, da ormai sette anni, l’Amsterdam ArenA era diventata la nuova casa degli ajacidi.

Il vecchio stadio De Meer era stato teatro degli ultimi successi in campo internazionale dell’Ajax di van Gaal, culminati col trionfo all’Ernst Happel Stadion di Vienna, nella finale di Champions League del 1995 contro il Milan di Capello. Van de Beek sarebbe nato solo due anni più tardi, ma già col DNA del club instillato nei geni e nelle membra per via paterna.

L’Ajax e van de Beek: un amore lungo 13 anni

A 8 anni Donny entra in un settore giovanile satellite dell’Ajax, trovando una definitiva collocazione già a 10 nelle fila dei pari età dello Jong Ajax. Mostra sin da subito un’eccellente predisposizione al gioco di squadra, grazie alla comprensione dello spazio tipico del calcio olandese. Un concetto, quest’ultimo, che viene trasmesso ai giovani talenti attraverso allenamenti specifici e grazie alla forte cultura identitaria e associativa del club.

Van de Beek sviluppa un’ottima tecnica di base. Il suo talento viene plasmato nell’ottica di un futuro da centrocampista moderno, sorretto da un corpo asciutto e solido, una discreta corsa e la capacità di saper far bene tutto. Ma se col pallone è un buon giocatore, senza la sfera fra i piedi è un campione in fieri.

Il classe ’97 debutta a 18 anni in prima squadra nel novembre 2015, sotto la gestione Frank de Boer, attuale coach della nazionale maggiore. Lo stesso che, paradossale a dirsi, tutt’oggi ne ha una considerazione decrescente.

Mediano, mezzala o trequartista. Un ruolo preciso per lui non esiste, ma le caratteristiche sono note a tutti. Van de Beek riesce ad insinuarsi tra le linee nemiche con la stessa intraprendenza di Solid Snake nell’hangar del Metal Gear.

Il campo da calcio è una tela in cui, come un novello Piet Mondrian (illustre pittore nativo di Amersfoort, a 6 km da dove sarebbe cresciuto il piccolo Donny oltre un secolo più tardi), il ragazzo disegna linee interconnesse, piatte solo all’apparenza, non tanto col pallone tra i piedi, ma con movimenti propedeutici alla creazione di spazio fra le linee, letale per gli avversari.

L’incremento esponenziale delle sue qualità viaggia di pari passo con i miglioramenti di squadra. Il club è finalmente pronto a riprendersi il primato in Olanda, con un occhio alla massima competizione continentale, dopo essersi arreso, con Bosz alla guida, solo in finale contro lo United di Mourinho nell’edizione 2016-17 dell’Europa League. Nell’occasione van de Beek entra a 20 minuti dalla fine al posto del regista danese Schone. Troppo tardi per recuperare le due lunghezze di svantaggio.

Ten Hag e l’esplosione definitiva di van de Beek

Il decisivo cambio di rotta si registra con l’Ajax di ten Hag. Soprattutto nella versione 2018-19, una squadra in cui i talenti abbondano e che l’allenatore di Haaksbergen aveva preso in cura, a ridosso del capodanno 2017, dopo una crisi di risultati dovuta al fallimento della gestione post-Bosz, passato nel frattempo al Dortmund.

L’Ajax di ten Hag gioca un calcio rapido, verticale, con la classica difesa a 4 in linea e una spina dorsale composta dal portiere camerunese Onana, dal giovane capitano Matthijs de Ligt, dal regista Frenkie de Jong, con van de Beek in posizione di shadow forward alle spalle del serbo Dušan Tadić, di professione trequartista ma schierato da falso nueve per liberare lo spazio agli inserimenti lateralmente e alle spalle.

Come direbbe Pep Guardiola, discepolo di Johan Cruijff, nei lancieri di ten Hag l’attaccante è lo spazio, occupato con i tagli di fantasisti di fascia come Neres e Ziyech e le accelerazioni senza palla dell’onnipresente Donny. Sfruttamento dei vuoti che si vengono a creare, ma con i tempi giusti. Un sistema splendidamente interconnesso di uomini e caratteristiche tecnico-tattiche, degno erede dei Maestri del totaalvoetbal.

L’Ajax sembra una macchina perfetta, non solo in Eredivisie, dove il successo mancava dal 2013-14. Proprio in Champions League, diversi top club si accorgeranno delle rinnovate potenzialità degli olandesi.

Agli ottavi di finale cade il Real Madrid campione uscente, con l’Ajax che rimonta lo svantaggio di 1-2 maturato in casa, con un clamoroso 4-1 al Bernabeu. Ai quarti, la Juventus pareggia 1-1 alla (ribattezzata) Johan Cruijff ArenA. I campioni d’Italia guidati da Allegri in panchina e Cristiano Ronaldo in campo, si sentono già con mezza qualificazione in tasca.

Non hanno però fatto i conti con la nuova generazione di talenti olandesi. Il fuoriclasse portoghese apre le marcature al 28′ di testa, ma 5 minuti dopo accade qualcosa. Ziyech riceve palla al limite e spara verso la porta, un doppio rimpallo favorisce van de Beek che trafigge Szczesny. Già al 20′ il centrocampista olandese si era trovato sui piedi la palla gol a tu per tu col portiere polacco, spedendo alto la sfera.

Donny è un autentico incubo per la Juventus quella sera. A inizio ripresa in conduzione serve il pallone sui piedi di Ziyech, ma Szczesny si oppone col miracolo. Strappa la palla dai piedi degli avversari e per poco non indovina l’incrocio, impegnando ancora severamente il portiere.

Sarà poi de Ligt al 67′, con un colpo di testa su azione d’angolo, a regalare la meritata semifinale all’Ajax. Una prestazione da incorniciare anche per il capitano ajacide, visto che di lì all’estate i bianconeri l’avrebbero acquistato a suon di milioni.

Van de Beek non è più un mistero

La semifinale registra il doppio confronto fra Ajax e Tottenham, due club con tifoserie legate a doppio filo dalla storica prevalenza ebraica del quartiere d’origine. L’Ajax è “la squadra del ghetto”, come nell’interessante libro del sociologo Simon Kuper, grande appassionato di calcio. La tifoseria del Tottenham è in parte nota come “Yid Army”. Gli Spurs rappresentano infatti il quartiere, nel nord-est di Londra, vicino la zona di White Hart Lane, dove all’inizio del Novecento si concentrò l’immigrazione ebraica.

Il manager dei londinesi, Mauricio Pochettino, è conscio di quali calciatori avversari potrebbero procurare i maggiori pericoli alla porta di Hugo Lloris. Non a caso, spende parole al miele per van de Beek, definendolo “un calciatore incredibile”, capace di “sfruttare gli spazi creati dalle giocate palla al piede dei compagni” e di “creare vantaggi per i compagni a sua volta, con i movimenti senza palla”.

Difesa avvisata, salvata neanche per metà. Non passano 15 minuti che van de Beek, servito da Ziyech davanti la porta sul filo del fuorigioco, va a segno col gol che decide la sfida nel nuovo Tottenham Hotspur Stadium. Solo un’incredibile tripletta di Lucas Moura, con gol qualificazione al 96′, consentirà agli Spurs, grazie ai gol fuori casa, di recuperare lo svantaggio accumulato fra andata e ritorno (il Tottenham era sotto 2-0 quando si è scatenato il brasiliano, per il 2-3 finale).

Il trasferimento a Manchester e lo spazio di Solskjaer

Nella stagione successiva, che vede l’Ajax dominare il campionato, poi annullato a causa della pandemia, van de Beek resta in Olanda. Ma in estate si rifanno vive le sirene dei top club dei principali campionati europei.

Lo United brucia il Barça sul filo di lana e, per 39 mlioni di euro più 5 di bonus, van de Beek vola a Manchester il 2 settembre 2020, dopo 13 anni ad Amsterdam.

Anche lo United, come l’Ajax, è formato da diversi talenti in rampa di lancio, che hanno trovato la propria dimensione a Manchester. Rashford e Greenwood, cresciuti in casa, si prendono le ali d’attacco. Bruno Fernandes, arrivato a gennaio, è il padrone della trequarti. Cavani è l’attaccante d’esperienza prelevato a zero, dopo il termine del contratto col PSG. E poi c’è Pogba, caduto in disgrazia con Mourinho, ma che Solskjaer sta cercando di recuperare.

Van de Beek si dice subito “entusiasta della nuova esperienza”, e spiega la scelta del numero 34, in onore del suo ex compagno all’Ajax, Abdelhak “Appie” Nouri. “Beh, conoscete la sua storia”, afferma Donny, commosso, alla conferenza stampa di presentazione. “Appie è mio amico, e suo fratello è tra le persone più importanti della mia vita. Siamo amici da sempre”, continua van de Beek, a suggellare ancora una volta, se possibile, tutto ciò che lo lega ancora ad Amsterdam.

L’attesa per l’olandese è alle stelle, ma quale sarà lo spazio concessogli da Solskjaer? Lo stile di gioco dello United sembra sposarsi bene con le caratteristiche di Donny, ma la concorrenza nei Red Devils, rispetto a quella all’Ajax, è ben diversa. Van de Beek passa dall’essere l’uomo simbolo, a doversi giocare il posto con i senatori dello United. Bruno Fernandes è inamovibile sulla trequarti. Nel 4-2-3-1 inoltre, non c’è spazio per il ruolo di mezzala, e c’è troppo talento davanti, col pallone tra i piedi, per includere un “attaccante ombra” all’interno del sistema.

Solskjaer, che della produzione offensiva in poco spazio (di tempo) ne ha fatto una sua peculiarità, è irremovibile. Chiedere all’ex presidente UEFA Lennart Johansson cosa voglia dire lasciare gli spalti al novantesimo, per ricomparire in campo per la premiazione della finale di Champions (del ’99 ndr), se c’è Ole Gunnar in campo. Il norvegese quella sera era entrato a 9 minuti dalla fine in luogo di Andy Cole, per poi segnare il gol decisivo dopo il pari di Teddy Sheringham in pieno recupero.

Per Solskjaer, Van de Beek il posto se lo deve guadagnare col sangue e con i pochi minuti a disposizione. Per adesso, non c’è riuscito.

Ridimensionamento mediatico e una cessione quasi certa

Il dibattito sulle prestazioni di van de Beek a Manchester è ridotto ad una disarmante povertà di contenuti.

L’olandese segna un solo gol, peraltro all’esordio, alla seconda giornata, contro il Crystal Palace. Una rete inutile, all’80’, subentrando al posto di Pogba, col Palace che vincerà 3-1 a Old Trafford.

Van de Beek non gioca quasi mai. In Premier, l’unica partita in cui è in campo per 90 minuti, è nella vittoria di Southampton per 3-2 alla decima giornata. C’è spazio per lui in FA Cup e Carabao Cup, ma neppure lì si rivela particolarmente incisivo, e non lascia tracce nel boxe score.

In Champions Solskjaer sembra dargli maggiore fiducia contando sulla sua esperienza internazionale. Ma nella sconfitta contro il Basaksehir, che si rivelerà decisiva ai fini della classifica finale, van de Beek viene preso di mira brutalmente dalla stampa.

Il clima attorno a lui comincia a mutare in modo sensibile. A febbraio si parla già di una richiesta di cessione da parte sua. A inizio marzo finisce sul Mirror per essere entrato, nella trasferta di Stamford Bridge, nel bagno delle signore. Argomenti ridicoli, robaccia da tabloid.

Col Brighton fa notizia per essere entrato a 8 minuti dalla fine, senza mai toccare palla. Qualcuno timidamente fa notare che subito dopo il suo ingresso lo United abbia segnato il gol vittoria. Non basta per riabilitarlo, Donny è ormai un corpo estraneo al gruppo, nonostante per l’ex compagno si spenda persino Ziyech, ora al Chelsea, consigliando di dargli tempo.

Ad oggi, si discute incessantemente di uno scambio fra Juventus e Manchester United, che coinvolgerebbe Rabiot da una parte e l’olandese dall’altra. Se il francese ha avuto chance sia in bianconero che in nazionale, per van de Beek sembra ormai che non solo Solskjaer, ma anche de Boer non nutra più particolare affezione tecnica.

Un’altra ipotesi, sarebbe quella di raggiungere l’amico de Jong al Barça, ma è possibile che lo United cerchi di inserirlo in qualche pacchetto scambio. Magari, si legge, per arrivare a un top player come Håland, oggetto del contendere di mezza Europa.

Eppure, suona davvero strano dover discutere del ridimensionamento dello spazio di van de Beek, proprio nel momento in cui avrebbe potuto compiere il passo decisivo verso lo starsystem del calcio europeo, lui che nel 2019 è stato fra i 30 selezionati per il Pallone d’Oro. Forse, come i grandi navigatori olandesi, è arrivato il momento di imbarcarsi e di cercare fortuna in altri lidi.


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Immagine di copertina: stadiumastro.com

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