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Brendan Rodgers: manager nell’ombra

Brendan Rodgers è un allenatore poco sponsorizzato dagli addetti ai lavori, probabilmente anche sottovalutato. L’allenatore nord-irlandese potrebbe riportare il Leicester in Champions League per la prima volta dopo l’epopea di Claudio Ranieri. E ha qualche credito da riscattare.

La carriera da allenatore di Brendan Rodgers inizia sulla panchina del Watford, in Championship. Tuttavia, la stagione di Rodgers e degli Hornets non può che essere travagliata: è il terzo allenatore chiamato e siamo solo a novembre. La squadra non va malissimo, ma subisce gol a ripetizione e chiuderà con la seconda peggior difesa del torneo nonostante un tranquillo tredicesimo posto. 46 Gol fatti e 47 subiti in 31 partite evidenziano i problemi del Watford in quella stagione. L’attacco è da promozione in Premier ma la difesa compromette tutto. Non c’è equilibrio. Rodgers sperimenterà diversi moduli: alterna il 4-5-1 al 4-4-2, con qualche virata sul 4-3-3 che utilizzerà a Liverpool.

La stagione successiva viene ingaggiato dal Reading, che l’anno prima aveva sfiorato la promozione in Premier e che l’aveva visto vestire la maglia del club da calciatore. I ritorni non vanno sempre a buon fine però. E quello di Rodgers ai Royals è davvero disastroso: 6 vittorie in 23 partite e ancora una volta troppi gol subiti per una squadra che punta alla Premier. La carriera da allenatore di Rodgers sembra già al capolinea a soli 37 anni.

La svolta

Esattamente un anno dopo la chiamata del Reading arriva – forse inaspettatamente – una nuova squadra a bussare alla porta dell’allenatore nord-irlandese: lo Swansea. Il club gallese è ambizioso e, come già accaduto con Paulo Sousa, ama scommettere sugli allenatori giovani.
L’inizio non è dei migliori: 2 sconfitte nette contro Norwich e Hull City e una larga vittoria sul Preston nelle prime 3 giornate.

Piano piano però la squadra trova i suoi automatismi e Rodgers riesce a far esprimere al meglio alcuni calciatori. Il 4-5-1 rimane il modulo preferito, ma in caso di necessità il baricentro del centrocampo si alza fino a trasformarsi in 4-3-3 sempre più costantemente.

A beneficiare dell’arrivo di Brendan Rodgers è soprattutto un giovane prospetto del calcio inglese di quegli anni: l’esterno d’attacco Scott Sinclair. La disposizione e l’atteggiamento tattico del nuovo Swansea lo portano a giocare più spesso e più vicino all’area di rigore e i risultati saranno soddisfacenti. A fine campionato i goal saranno 19. Lo Swansea soffrirà leggermente la mancanza di un attaccante moderno, che possa combaciare con i dogmi di possesso palla e pressing impartiti da Rodgers. Nel mercato di gennaio proverà a risolvere il problema prendendo in prestito dal Chelsea il giovane Fabio Borini. L’italiano però giocherà solo 9 partite a causa di un infortunio, segnando comunque 6 gol importanti.

Se dal punto di vista del fatturato offensivo però Rodgers aveva sempre offerto buoni risultati, è nell’efficienza della difesa che trova la chiave di volta nella stagione in Galles. Lo Swansea chiuderà infatti il campionato cadetto al terzo posto con 69 gol fatti – 8° in questa classifica – e solo 42 subiti affermandosi come seconda miglior difesa del torneo. Terzo posto che significa Playoff per accedere alla Premier League, ed è qui che la favola di Rodgers compirà la sua trasformazione in realtà. Al primo turno elimina il Nottingham Forest grazie al 3-0 interno successivo allo 0-0 fuori casa: è finale.

Alcuni episodi della storia del calcio sembrano quasi manipolati. Non fraintendete: non state per leggere della calciopoli che colpì la Championship. Questi episodi sembrano manipolati dal destino, che prima agisce in maniera rude e poi – lavorando sottotraccia – sembra voler sistemare tutto. Ad affrontare lo Swansea a Wembley nella finale per tornare in Premier League dopo 28 anni ci sarà il Reading. Quella squadra che aveva esonerato Rodgers l’anno prima.
La finale ha un unico mattatore: Scott Sinclair. L’esterno segna una tripletta – tra mille polemiche e l’espulsione dell’allenatore del Reading – e regala allo Swansea il sogno Premier e a Rodgers la sua personale vendetta.
Rodgers viene confermato alla guida dello Swansea anche la stagione successiva, durante la quale esordisce in Premier League da allenatore.

La voglia è tanta, ma alla prima partita un sontuoso Manchester City – poi campione d’Inghilterra – schianta 4-0 gli esordienti. Welcome to the Premier League. I gallesi non si fanno intimorire dalla sconfitta, che è amara compagna di viaggio di ogni allenatore, e Brendan Rodgers non cambia il suo credo. Si va avanti col 4-3-3. Niente catenaccio.

Due pareggi contro Wigan e Sunderland danno fiducia e – dopo una sconfitta con l’Arsenal – arriva la prima vittoria in Premier: 2-0 sullo Stoke City, una rivale nella corsa salvezza.
Il campionato di una neopromossa non è mai facile, ma quando arrivano le grandi squadre a giocare nello stadio di casa si crea un’atmosfera speciale. Quasi da film, con tutta la città che accorre al campo sportivo.
Il Manchester United non si fa commuovere e vince 1-0 in terra gallese, ma da qui in poi praticamente nessuna grande vincerà più al Libery Stadium.

L’Arsenal verrà sconfitto 3-2, il Chelsea – che vincerà quell’anno la Champions League – pareggia 1-1 e il Manchester City viene sconfitto 1-0. In Galles non c’è storia. A gennaio 2012 Rodgrs è nominato allenatore del mese in Premier League, un riconoscimento decisamente importante.
L’ultima partita di Brendan Rodgers sulla panchina dello Swansea – che lascerà con un tranquillo undicesimo posto in Premier – è contro il Liverpool, in casa. La legge del Galles non sbaglia, ancora una volta: 1-0 Swansea. La vita di Rodgers sta per cambiare definitivamente.

Quella maledetta scivolata

Brendan Rodgers arriva a soli 39 anni sulla panchina del Liverpool, uno dei club più vincenti della storia del calcio. Nel 2012 tuttavia i Reds non erano lo squadrone di adesso – per usare un eufemismo – e la squadra lasciata a Rodgers da Kenny Dalglish si era piazzata solo ottava in Premier.
Riportare il Liverpool a quello che sarebbe stato un successo sportivamente meritato, sarebbe stata un’incredibile ciliegina sulla torta per il lavoro svolto ad Anfield da Brendan Rodgers.

La squadra era in piena ricostruzione ed affidarla a un allenatore così giovane era un grande rischio. Dopo la stagione convincente allo Swansea la reputazione del nord-irlandese era così alta che perfino Mourinho dichiarò di aspettarsi un Liverpool competitivo.
La prima stagione fu di assestamento, sia per Rodgers che per la squadra. Settimo posto in campionato, solidità difensiva nettamente migliorata, mentre per l’attacco mancava ancora qualcosa. Rodgers aveva portato Borini a Liverpool, per formare il suo tridente con Suarez – arrivato l’anno prima – e Downing, ma l’italiano non aveva convinto come ai tempi dello Swansea.

L’acquisto di Daniel Sturridge dal Chelsea andrà a colmare la lacuna. A stuzzicare diverse attenzioni tra i tifosi ad Anfield era stato però l’esordio – secondo più giovane della storia a vestire la maglia del Club – del piccolo e imprendibile Raheem Sterling.

La stagione 2013-14, la seconda a Liverpool, è quella che tristemente si ricorda di più dell’allenatore nord-irlandese. Il Liverpool sembra essere rinato: Suarez (capocannoniere) e Sturridge diventano macchine da gol praticamente perfette, la squadra segna tantissimo: 101 gol in campionato. Tutto ciò nonostante giochi un calcio molto moderno, atipico per gli inglesi: a fine stagione il Liverpool sarà ultimo per cross tentati. Anche il giovanissimo Sterling trova sempre più spazio fino ad affermarsi tra i titolari e segna 9 gol in Premier a 20 anni. A contribuire ulteriormente al peso offensivo della squadra si è aggiunto Philippe Coutinho, che vedrà finalmente sbocciare il suo talento nel calcio d’oltremanica. La squadra ha talento ed è ben allenata da Rodgers, il Liverpool gioca un bel calcio nel senso moderno del termine.

Il tutto è coordinato a centrocampo, come sempre, dal capitano: Steven Gerrard.
Gerrard è quasi a fine carriera, ha alzato la Champions a Istanbul, ma da allora ha un solo obiettivo: vincere la Premier League. Il Chelsea di Abramovich e Mourinho ha presentato offerte folli nel corso degli anni per portarlo a Stanford Bridge, ma uno come Stevie non si può comprare. Il destino lo lascerà lì, sul prato di Anfield, nel più crudele e inaspettato degli scenari. Dalle mani del capitano il Liverpool perderà proprio contro il Chelsea una partita che è entrata nella storia. Una partita che potremmo definire il Maracanazo del Liverpool, che dopo 24 anni vedrà ancora una volta la Premier League andare lontano, vinta dal Manchester City.

La stagione successiva non poteva che essere influenzata dagli strascichi del 2014. Il Liverpool aveva dominato a tratti il campionato, innescando un favoloso duello con il Manchester City, molto simile a quello della stagione 2018-19 per alcuni versi e soprattutto per il risultato finale.
Luis Suarez fu venduto al Barcellona e sostituito con Mario Balotelli, partner ideale per Sterling e Coutinho in teoria. L’avventura di Mario a Liverpool fu però poco più che una comparsata: 16 presenze e un solo gol. Oltre a Suarez, il Liverpool perde piano piano anche Daniel Sturridge, sempre più in infermeria e meno in campo.

Senza la forza offensiva della squadra, il Liverpool si scioglie come un ghiacciolo al sole. Dal secondo posto dell’anno precedente sprofonda infatti al sesto e Brendan Rodgers comincia ad essere messo in discussione. D’altronde, in Inghilterra anche il calciomercato è responsabilità diretta dei manager e l’aver venduto Suarez senza aver trovato un degno sostituto dev’essere pesato molto sul bilancio fatto a Liverpool nei suoi riguardi. Inoltre, il 6-1 subito dallo Stoke City all’ultima giornata non è piaciuto per nulla ai dirigenti e ai tifosi del Liverpool per l’atteggiamento mostrato dalla squadra.

La panchina scricchiola, ma viene confermato anche per la stagione successiva. Inizia con due vittorie, ma perde subito la fiducia della società che dopo il pareggio nel derby del Merseyside decide di cambiare. Sei anni dopo l’esonero al Reading, Rodgers deve ricominciare un’altra volta.

Vincenti non si nasce, si diventa

L’etichetta di “perdente” per quel titolo sfumato alla terzultima giornata con il Liverpool gli rimane incollata, anche per questo motivo Rodgers si allontana dalla Premier. Nel maggio 2016 firma infatti con il Celtic, seguendo le orme del suo predecessore Kenny Dalglish al rovescio.
Per un tecnico giovane e pieno di speranze, il trauma della Premier League avrebbe potuto essere devastante. Forse a Brendan Rodgers più che capire il proprio vero valore di tecnico, serviva semplicemente “fare curriculum” e riempire la bacheca di trofei. Quale situazione migliore di allenare il Celtic nel campionato scozzese?
Sì, ma Rodgers non si limita a vincere. Non è andato in Scozia a prendersi le medaglie e le coppe che gli sono mancate, vuole fare la storia.

Cambiare – in meglio – il palmares di un Club come il Celtic non è cosa per tutti: 51 campionati vinti, 32 coppe di Scozia e l’indimenticabile Coppa dei Campioni del 1967. In Gran Bretagna il Celtic è un monumento del football.
Rodgers non riporterà la coppa dalle grandi orecchie in Scozia dopo quarant’anni, ma contribuirà a far entrare ancor di più il Club nella leggenda: per la prima volta dal 1899 una squadra ha vinto il campionato scozzese da imbattuta, con le stagioni da 38 partite non l’aveva mai fatto nessuno. La parte più bella? Il vecchio record apparteneva agli arcirivali del Rangers. Aggiungeteci anche il record di punti del campionato, a quota 106 e il doppio national treble: campionato, coppa di Scozia e coppa di lega.

Brendan Rodgers treble Celtic
Brendan Rodgers con i trofei del Treble scozzese (foto: talksport.com)

Lontano dallo stress della Premier, Rodgers ritrova il suo calcio: grande impostazione offensiva della squadra con il solito 4-5-1, mutato verso il 4-2-3-1, ritrovando in squadra Scott Sinclair dopo i bei tempi dello Swansea.
Sei in trofei in due anni, record centenari battuti e una ritrovata sicurezza quando si parla di titoli, è giunta l’ora. Fa in tempo a vincere il settimo trofeo, una coppa di lega, prima di lasciare Glasgow: è arrivata la chiamata del Leicester.

Tornare grandi

Nel 2014, mentre il Liverpool vedeva sfumare la Premier League, il Leicester City vinceva la Championhip, aggiudicandosi così la promozione diretta. Inutile descrivere quella che è stata l’epopea delle foxes prima e dopo Claudio Ranieri, ma solo un allenatore potrebbe riportare l’atmosfera della Champions League al King Power Stadium: Brendan Rodgers.

Dopo il titolo, il Leicester ha vissuto stagioni molto difficili, ma con accurato rebuilding e la scelta di puntare su Rodgers i risultati stanno pagando. Il Leicester è attualmente terzo in classifica ed è stato eliminato solo ai quarti di finale in FA Cup.
Andando a ritroso, da quando è arrivato ormai più di un anno fa il Leicester ha subito una trasformazione: ringiovanimento della rosa e, in favore del nuovo tecnico, giocatori più funzionali a uno stile più votato all’attacco che alla difesa e al contropiede.

Gli acquisti di Youri Tielemans, Ayozé Perez, James Justin, Dennis Praet e la continuità di rendimento di giocatori come James Maddison, Harvey Barnes, Ben Chilwell e Caglar Söyüncü ne sono la prova. A reggere il peso di questa nuova impostazione tattica, scendendo ai numeri identificabile con 4-2-3-1 o 4-1-4-1, ci sono 3 colonne portanti del Leicester: Jamie Vardy, Kasper Schmeichel e Wilfred Ndidi, coadiuvati dall’esperto Jonny Evans, connazionale di Rodgers.
Brendand Rodgers sembra aver riportato entusiasmo – prima che un ottimo calcio – a Leicester.

Il suo predecessore Claude Puel è stato attaccato diverse volte per non essersi calato nella mentalità e nello stile del club, mentre il nord-irlandese si è calato subito nella nuova realtà. Sono modi diversi di vivere il calcio, nessuna colpa a Puel né merito a Rodgers, ma in un ambiente come il Leicester sono anche queste sfaccettature a determinare il rapporto tra manager, squadra e tifosi. C’è bisogno di un legame umano prima che sportivo.

Il possesso palla è uno dei dogmi imprescindibili di Brendan Rodgers. Il Leicester, nell’immaginario collettivo, forse sarà sempre quella squadra del titolo che si chiude un po’ all’italiana e riparte a velocità folli ad attaccare la porta avversaria. D’altronde lo è stata anche con Puel nonostante i risultati non siano stati gli stessi, ma Rodgers sta incanalando la visione della squadra su altri binari.

Da quando il nord-irlandese siede sulla panchina del Leicester, ad esempio, i passaggi corti sono passati dai circa 270, con il 48% di possesso palla medio per partita, ad oltre 400 a partita, con un possesso medio intorno al 55%. Questo miglioramento si riflette immediatamente sulla produzione offensiva del Leicester, attualmente terzo miglior attacco della Premier con 60 gol fatti in 32 partite rispetto ai 56 complessivi della stagione 2017-18 con il tecnico francese. Numeri ancor più significativi se si confrontano però con la stagione passata: prima di Rodgers il Leicester aveva segnato solo 32 gol in 27 partite.

Parte di questa evoluzione è visibile anche nella disposizione tattica: Rodgers ha modificato il suo “classico” 4-2-3-1 o 4-5-1 andando ad avanzare il raggio di azione degli esterni d’attacco e fornendo un maggiore supporto offensivo usando le mezz’ali. In questo modo lo schieramento diventa un 4-1-2-3 o 4-1-4-1, che lascia più libertà interpretativa al ruolo di centrocampista per giocatori prettamente offensivi come Tielemans e Maddison. Allo stesso tempo consente di apportare una maggiore pressione al centro del campo o sulle fasce a seconda della situazione tattica.

Inoltre, alzare la posizione delle mezzali consente di creare spazi sia per l’impostazione dal basso di Ndidi, che trovare sempre un giocatore con possibilità di ricevere palla tra le linee difensive avversarie. Gli esterni offensivi si posizionano alti e larghi, facilitando ulteriormente la creazione di spazi per gli inserimenti delle mezzali oppure sfruttando gli spazi per giocare in 1 contro 1.
Se la fase offensiva può rendere così bene però è anche grazie alla fase difensiva della squadra.

Il Leicester è infatti anche la seconda miglior difesa della Premier, con 31 gol subiti in 32 partite a pari di Sheffield e Manchester United. In fase difensiva il modulo muta spesso in un compatto 4-5-1, con i centrocampisti che si uniscono in una linea molto corta con la difesa a quattro. Ndidi si occupa di schermare la difesa anche in questa fase, ma ha il compito di far salire la pressione del centrocampo quando gli avversari retrocedono con la palla. Tielemans e Maddison hanno il compito di ruotare a seconda della posizione del nigeriano: se lui esce sulla palla, uno dei due andrà a coprire l’area centrale vuota con l’altro che resta pronto a chiudere una linea di passaggio differente.

Leicester Brendan Rodgers
Situazione tattica in cui Ndidi esce in pressione sulla palla, Tielemans copre il buco centrale e Maddison è pronto a pressare in caso di retropassaggio. (Foto: eplanalysis.com)

L’anno del titolo il Leicester subì 36 gol, i numeri di quest’anno potrebbero essere molto simili a quelli a fine stagione.
Il rebuild del Leicester ha trovato il suo demiurgo, non è detto tuttavia che questo porterà il Leicester ad essere competitivo per la vittoria. Liverpool e Manchester City sono due autentiche corazzate, due o tre gradini sopra tutte le altre squadre inglesi attualmente. Quello che è importante però diventa saper riconoscere le situazioni. Anche il Liverpool di Klopp era una squadra bella, ma che sembrava non poter mai vincere all’inizio.

Ci sono voluti parecchi investimenti e soprattutto tanto tempo, un fattore sempre poco considerato nel calcio moderno usa e getta. Il Leicester di Rodgers potrebbe essere un ottimo progetto a lungo termine e la migliore occasione per squadra e tecnico di riscattare il proprio orgoglio. Non bloccate un sogno dentro un orologio.


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Fonte immagine di copertina: goal.com

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