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Resto d'Europa

Carmel Busuttil, dalla strada a leggenda di Malta

Carmel Busuttil è molto più di un semplice nome nella storia del calcio maltese. Attaccante, capitano e simbolo della nazionale, ha rappresentato Malta per oltre vent’anni, affrontando alcune delle più grandi selezioni europee. Nato calcisticamente per strada, tra asfalto e ghiaia, Busuttil ancora oggi è ricordato con grande affetto ovunque. Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ha scelto di restituire al calcio ciò che il calcio gli ha dato, allenando giovani calciatori e trasmettendo loro non soltanto tecnica, ma soprattutto disciplina, sacrificio, rispetto e passione. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per ripercorrere una carriera speciale, dai campetti di strada alle sfide contro le grandi d’Europa, passando per la fascia di capitano, il rapporto con Genk e il suo modo di vedere il calcio di ieri e di oggi.

Il nostro Fabio con Carmel Busuttil

Roberto Mancini una volta ha detto che i ragazzi non giocano più per strada come una volta e che la sua generazione passava 3 o 4 ore al giorno fuori con un pallone tra i piedi. Anche tu sei cresciuto in quell’epoca. Cosa ricordi di più di quei giorni?

Eravamo uguali, giocavamo a calcio per strada dal lunedì alla domenica ogni volta che potevamo. Giocavamo sull’asfalto o sulla ghiaia dura, e lì ho imparato a non cadere. Miglioravamo la nostra tecnica perché le strade erano irregolari. Decidevamo tutto tra noi bambini, alcune discussioni le risolvevamo da soli, non c’erano adulti a dirci cosa fare. Giocare per strada ci ha fatto amare il calcio con passione, ci ha resi più forti e senza paura di nessuno. Non avevamo paura di sbagliare, nessuno ci urlava contro: se provavamo a dribblare uno, due, tre difensori… magari un compagno diceva qualcosa, ma oggi gli allenatori non lasciano dribblare i bambini, urlano sempre “passa, passa, passa”.

Quale qualità si affina facendo così?

Sicuramente la creatività. Guardavo Gianni Rivera fare una finta con il Milan e il giorno dopo cercavo di riproporla, a modo mio, con i miei amici per strada. Ricordo tanto divertimento, discussioni su gol o non gol, fallo o non fallo. Amavamo giocare ogni minuto. Il mio amore e la mia passione per il calcio sono nati lì… per strada.

Quando chiudi gli occhi e pensi alla tua esperienza con la nazionale, quale partita ti fa ancora venire i brividi?

Sono stato convocato in nazionale a soli 16 anni per giocare con l’Under 18 contro Portogallo, Italia e Spagna. A 18 anni sono stato chiamato per la mia prima partita internazionale contro l’Islanda, una gara di qualificazione a Euro ’84 giocata a Messina per via di sanzioni UEFA. La mia prima partita, il mio sogno più grande: giocare per il mio amato Paese. E che partita! Una rara vittoria ufficiale, i festeggiamenti al fischio finale, gli abbracci dei compagni, tutti a correre verso la panchina per celebrare insieme. Poi ci sono i gol che ho segnato, soprattutto contro la forte Germania: ancora oggi la gente mi ferma per parlarne.

Negli anni ’90, cosa ti passava per la testa quando Malta affrontava le grandi del calcio europeo? Era più paura o entusiasmo?

Fin da piccolo ho sempre avuto questa mentalità: credere nelle mie capacità, rispettare l’avversario ma senza mai farmi intimidire. Anzi, ho giocato le mie migliori partite e segnato contro grandi nazionali come Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Ungheria, Galles e Scozia. Giocare contro grandi squadre mi motivava ancora di più.Il leader e lo spogliatoio.

Busuttil con la maglia della nazionale maltese

Sei stato un leader per molti anni. Che tipo di capitano eri?

Sono stato scelto come capitano per il mio atteggiamento, la mia mentalità di non mollare mai, la mia etica del lavoro e perché facevo la differenza. I miei compagni mi rispettavano molto. Ero anche umile e disponibile ad imparare. E avevo un buon rapporto con dirigenti e giornalisti. Cercavo di essere un punto di riferimento per i miei compagni e li incoraggiavo in campo.In Belgio sono stato uno dei primi stranieri a diventare capitano di una squadra locale. L’ho fatto per tre anni. Ricordo quando chiesi al presidente perché avevano scelto me: mi rispose che ero l’idolo dei tifosi, per come giocavo, per il mio impegno e le mie doti di leadership.

Oggi alleni i bambini. Quanto è importante per te essere un modello per loro? E cosa significa formarli non solo come giocatori, ma come persone?

Allenare i bambini è la mia passione. Anche se non mi hanno mai visto giocare. I loro genitori raccontano loro chi ero, guardano YouTube e i miei gol, quindi mi vedono come un allenatore che ha giocato all’estero e può aiutarli. Ma prima di tutto insegno i valori fondamentali: disciplina, sacrificio, fare tutto con passione, puntualità e rispetto. Poi lavoro sulla tecnica. Negli ultimi 22 anni ho allenato centinaia di bambini nella mia scuola calcio. Alcuni sono arrivati in nazionale, altri in categorie diverse. Sono orgoglioso quando realizzano i loro sogni. E sono orgoglioso anche quando incontro ex allievi che non sono diventati calciatori ma oggi sono avvocati, medici o architetti e mi ringraziano per i valori trasmessi.

Molti dicono che il calcio degli anni ’90 fosse più “vero”. È nostalgia o il gioco è davvero cambiato?

Secondo me il calcio è cambiato molto: nuove regole, VAR, approccio degli allenatori… hanno rovinato il bel gioco, quello che conoscevamo. Poi ci sono gli agenti, interessati solo a guadagnare di più: fanno firmare contratti e dopo pochi mesi vogliono trasferimenti. Oggi i giocatori pensano prima all’immagine, all’ego e ai soldi. Ai miei tempi veniva prima il calcio, poi i soldi, che sono comunque importanti perché la carriera è breve. Oggi dopo una sconfitta alcuni giocatori postano sui social scuse e foto belle della partita. Ai miei tempi eravamo arrabbiati, parlava solo l’allenatore e nessuno poteva parlare con i giornalisti senza permesso. Oggi prima delle partite i giocatori pensano più ai capelli che alla partita.

Il calcio moderno è dominato dal denaro e dai grandi club. C’è ancora spazio per nazioni piccole come Malta?

Mai dire mai. Bisogna inseguire i propri sogni: è difficile, ma possibile. La scorsa stagione l’Hamrun Spartans è arrivato al primo turno di Europa League. Questo dimostra che organizzazione e visione contano più del denaro. Giovani talenti motivati possono fare la differenza. Squadre come Como e Bodø/Glimt lo dimostrano.

Guardando gli attaccanti di oggi, ce n’è qualcuno che ti ricorda te stesso?

Non guardo il calcio, solo “90° minuto” e qualche clip sui social.

Busuttil, a destra, con la maglia del Genk. Ha giocato anche in Italia, al Verbania.

Sei ancora molto amato a Genk. Segui ancora la squadra?

Genk sarà sempre nel mio cuore perché hanno creduto in me fin dall’inizio. I miei figli Gary e Kelly sono nati lì e abbiamo amici che sono come famiglia. Sono stato invitato più volte per il calcio d’inizio. Inoltre, hanno scritto quattro libri sulla storia del club e compaiono il mio nome e le mie foto. Seguo i risultati sui social e quando qualcuno da Genk viene a Malta, cerco sempre di incontrarlo. Mio padre mi diceva sempre: sii umile e non dimenticare da dove vieni.

Di Fabio Terenzi

Tra numeri e dati, la mia passione è raccontare storie di calcio internazionale degli anni '70 e '80, analizzando formazioni e aneddoti. Trasformo il mio lavoro quotidiano in uno strumento per rivivere quel periodo, senza nostalgia però! Il primo "libro di geografia" è stato l'album delle figurine, che mi ha fatto scoprire il mondo, anche attraverso il calcio.

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