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Settore ospiti: Inghilterra

Unire i viaggi all’estero con la bellezza del calcio: Carlo Martinelli ci racconta le sue esperienze in giro per il mondo in Settore Ospiti. Tappa di oggi: l’Inghilterra.

Non trovo modo migliore di cominciare questi miei racconti calcistici (e non solo) in giro per il mondo. E dunque torno indietro, a 17 anni fa, quando quelli di “UK Football Please”, mitica fanzine sul calcio inglese che ora non c’è più ma che sprizzava passione autentica da ogni pagina ciclostilata (o quasi), mi chiesero di scrivere qualcosa. Proprio come succede ora con Sottoporta, dove quel che scorgo è di nuovo passione, tanta. 

Ebbene, allora come oggi: mettetemi davanti ad un televisore e mostratemi uno spezzone di una partita di calcio. Diciamo: dieci secondi. Di una cosa sono certo: saprei sempre indicare se quei dieci secondi si riferiscono ad una partita giocata in Inghilterra, oppure no. Non sono un vero fan del calcio inglese. Non seguo con costanza le partite, non tengo a memoria le formazioni, so a stento chi ha vinto l’ultimo campionato. Beh, quest’anno è meno vero: non sapessi che l’ha stravinto il Liverpool meriterei la fustigazione. Comunque: amo il calcio inglese. Lo riconosco a pelle. Devo sempre sapere il risultato della partita dello Stoke City

I maglioni di Gordon

Forse perché io sono nato – calcisticamente – in quella dolcissima estate del 1966, quando i Mondiali si giocarono in Inghilterra. Forse perché, cascasse il mondo, gli occhi tagliati all’orientale di Gordon Banks, il portiere campione del mondo, non finiranno mai di scrutarmi. Io c’ero, davanti al televisore, quando nel 1970, ai Mondiali del Messico, il mitico Gordon decise che era il giunto di momento di compiere la più grande parata di tutti i tempi. Il ricordo è netto, preciso. Come fosse ora. Pelè si arrampica in cielo per colpire di testa il pallone che arriva dall’ala. Schiaccia la sfera verso terra, il pallone rimbalza ad un passo dalla porta e si prepara a gonfiare la rete. Il pubblico già esulta e Pelè sta già alzando le braccia al cielo. Ma il portierone dell’Inghilterra si è alzato in volo ed è già catapultato sotto la traversa. Tira fuori il pallone dalla rete, nel vero senso della parola.

Quando, qualche anno dopo, una notizia di poche righe – scorta per caso sulle pagine di un giornale – annunciò che Gordon Banks, portiere dello Stoke City, era rimasto gravemente ferito ad un occhio in un incidente stradale, provai una emozione vera. In quegli immensi maglioni – giallo quello della nazionale, verde quello dello Stoke City – il grande Gordon vivrà per sempre nella mia fantasia. Mi è capitato di rivederlo durante un bel servizio trasmesso da “Sfide”, qualche anno prima che ci lasciasse per sempre.

gordon banks maglione giallo
Gordon Banks e uno dei suoi iconici maglioni (fonte: leicestermercury.co.uk)

Questo è il calcio che amo, quello fatto di storie, di vittorie ma anche di malinconiche serate dopo la sconfitta. Raccontava la sua vita, le amarezze che seguirono a quell’incidente. Se ne stava in una modesta casetta della periferia inglese, mille miglia lontana dalle regge dorate di qualche altro calciatore che ben conosciamo. Sorseggiava un caffè in una cucina che poteva essere la cucina di milioni di inglesi, guardava i nipotini che correvano in ogni dove e ho pensato che uno dei più grandi portieri di tutti i tempi era grande anche nello stile, orgogliosamente umile, con il quale raccontava sé stesso.

Arsenal-Leeds in quel di Highbury

Quindi, amici miei Sottoporta, non chiedetemi delle statistiche, chiedetemi delle emozioni. Ad esempio dell’unica partita di calcio che sono riuscito a vedere in terra d’Albione. Chiedetemi di quell’agosto 1978 – per le strade impazzava il punk e le note di “Never mind the bollocks” dei Sex Pistols (qualcuno saprebbe trovare un disco capace, oggi, di trasformarsi in energia pura come successe a quello?) erano ovunque, amate ed odiate allo stesso modo – quando il sottoscritto decise che quel sabato pomeriggio londinese, era il 19 di agosto, lo avrebbe passato ad Highbury. Oggi, grazie ad internet, ho potuto ricostruire un bel po’ di cose. I biancorossi quel giorno, quel 19 agosto – prima giornata di campionato, caldo piacevole mitigato da un venticello delizioso – ricevettero la visita del Leeds. 42.057 gli spettatori, due a due il risultato finale. Con quelli del Leeds subito avanti con Cherry e poi raggiunti da Liam Brady su rigore. Uno ad uno il primo tempo. Poi, nella ripresa, di nuovo il Leeds avanti con Currie e di nuovo Brady a pareggiare.

Che ricordo? Il verde magico del prato di Highbury. Le tribune in legno. La polizia a cavallo. L’arrivo con la metropolitana, tra i cori dei tifosi. Una volta fuori dal vagone, nessuna possibilità di scelta. Una vera e propria fiumana umana ti sospinge, quasi volesse dispensare carezze, verso lo stadio. Dentro, finisco nella tribuna che sta dietro una porta. E’ quella dei tifosi più accesi dell’Arsenal (quelli del Leeds se ne stanno dall’altra parte, circondati da un bel po’ di poliziotti) e per novanta minuti non avrò nelle orecchie che i loro canti. Ritmati, ossessivi, calorosi. Come dimenticare? Passano pochi minuti e il Leeds segna. Là, nella tribuna in legno, davanti al verde magico dell’erba di Highbury, ho imparato cosa vuol dire avere fede calcistica. Perché quella rete subita è stata solo lo sprone a cantare con voce ancora più alta. L’Arsenal giocava con Jennings, Devine, Nelson, Price (Kosmina), O’Leary, Young, Brady, Sunderland, Macdonald, Stepleton, Harvey.

La mia Inghilterra

Questa è la mia Inghilterra del calcio. Potrei metterci qualche capatina in una libreria specializzata in cose di pallone, Sportspage mi pare di ricordare, nel centro di Londra, alla ricerca del VHS di Portogallo –Corea del Nord: sempre Mondiali 1966. I coreani che avevano appena clamorosamente eliminato l’Italia (sarebbero piovuti i pomodori al ritorno a casa) stavano vincendo tre a zero, a Liverpool, contro i lusitani. Poi Eusebio si ricordò di essere uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, segnò quattro gol  e il Portogallo vinse 5 a 3. E’ bello rivedere quelle ancora incerte immagini in bianco e nero, talvolta.

carlo martinelli inghilterra
T-Shirt di Carlo Martinelli. Particolare

Ecco, questa è la mia Inghilterra nel pallone. Il maglione giallo di Banks, i denti minacciosi di Stiles, il genio di Duncan Edwards troppo presto spezzato nel cielo maledetto di Monaco, i cori dei tifosi, quel contatto tra il pubblico e i giocatori che solo il calcio inglese, fino a qualche anno fa, sembrava permettere. Nell’attesa – e accadrà – di mettere piede al Britannia Stadium per una partita dello Stoke. Non so se quel giorno la squadra che ha avuto la ventura di essere guidata dall’incredibile Tony Pulis sarà di nuovo in Premier. O navigherà a vista in Championship. O, peggio, sarà scivolata ancora più giù. Importa zero. E comunque quello che vedrò quel giorno, lo racconterò. Sottoporta, ovviamente. Bentrovati. Alla prossima.


Su Sottoporta il meglio del calcio internazionale: I ragazzi dell’AZ Alkmaar

Di Carlo Martinelli

Dottore in niente, giornalista, scrittore. Devoto a: carta, storie, Archivio Martinelli e POCOlibri.

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