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Bobby Moore e l’oro delle Americhe

Bobby Moore fu un campione straordinario, icona del West Ham e della nazionale inglese, spesso però dimenticato dagli appassionati continentali. Tuttavia per capirne il valore assoluto basterebbe sfogliare le citazioni che lo riguardano. Pelè lo definì un amico, ma soprattutto il più forte difensore contro cui avesse mai giocato. Parole confermate e sottoscritte da personaggi del calibro di Sir Alex Ferguson e Franz Beckenbauer.

Capitano storico del West Ham, 647 partite condite da 27 goal. Una FA Cup nel 1963-64, una Charity Shield nella stagione successiva ed una Coppa delle Coppe nel 1964-65. Tutte con la amata maglia dei Claret and Blue. Bobby Moore però ha legato la sua leggenda soprattutto alle imprese compiute con la divisa dei Tre Leoni, dove sin da ventiduenne vestì la fascia di capitano dei bianchi.

La Coppa Rimet sollevata al cielo di Wembley il 30 luglio 1966 resta ad oggi il culmine della storia calcistica dell’Inghilterra. Successo ineguagliato che rese Moore ed i suoi compagni i beniamini del paese.

Eroi celebrati anche con una splendida statua in bronzo che ancora oggi campeggia poco fuori dal fu Boylen Ground. L’opera immortala i quattro giocatori degli Hammers protagonisti di quel trionfo: Hurst, Wilson, Peters e ovviamente Moore.

Bobby Moore divenne un’icona del football inglese. Un esempio per le generazioni a venire, membro della Football Hall of Fame, fra i cento britannici più importanti del secolo.

Un “plot twist” inatteso per Moore

Eppure tutto sarebbe potuto cambiare nel maggio 1970.

Siamo ormai agli ultimi preparativi per i mondiali di Messico 1970, dove la squadra inglese si presenta da campione in carica, con tutta l’intenzione di difendere il titolo. I ragazzi di Alf Ramsey viaggiano infatti per tempo verso le Americhe. In programma ci sono delle amichevoli utili per entrare in ritmo ed abituarsi alle altezze di Città del Messico.

La base operativa della selezione britannica è Bogotà, in Colombia. Qui si consuma un fatto di cronaca che avrebbe potuto cambiare in maniera drastica il futuro calcistico e non solo di Bobby Moore.

Il capitano della nazionale e l’amico Bobby Charlton decidono di approfittare di una giornata in libera uscita concessa dal tecnico. È il 18 maggio 1970. I due assi del football britannico esplorano la città partendo dall’Hotel Tequendama, un lussuoso albergo nel centro cittadino.

Galeotto fu un bracciale…

La stella del Manchester United vuole approfittare della sosta per acquistare un regalo per la moglie Norma e chiede proprio a Moore di accompagnarlo alla ricerca dell’oggetto adatto. A pochi passi dal Tequendama fa bella mostra di sé una gioielleria, nota come Fuego Verde. Molti atleti e parte dello staff entrano a curiosare, così come Moore e Charlton. I due, però, non trovano nulla di proprio gusto e rientrano alle loro sistemazioni. La sorpresa deve essere stata notevole quando nella hall dell’albergo vengono accolti e fermati prima dalla security e poi dalla polizia locale.

L’accusa è grave, soprattutto nel contesto sociale dell’epoca e rischia di avere conseguenze serie, non solo a livello penale. In ballo ci sono anche le delicatissime relazioni fra calcio europeo e latinoamericano, provate da anni di contrasti politici ed in campo molto forti.

La signorina Clara Padilla, infatti, accusa Bobby Moore di aver rubato un braccialetto di valore dal negozio e di esserselo intascato mentre fuggiva di corsa, con la complicità di Charlton. I due atleti sono sorpresi ed increduli davanti a queste accuse ed immediatamente si rendono disponibili alla perquisizione. La disponibilità dei calciatori e l’intervento dell’autorevole coach Ramsey sembra chiudere la cosa sul nascere, con le scuse della polizia per l’inconveniente. Uno scandalo apparentemente stroncato sul nascere, anche grazie ad un accordo verbale con i giornalisti che seguivano la nazionale i quali promisero silenzio. Almeno per il momento.

Quel maledetto bracciale rischia di rovinare il Mondiale dell’Inghilterra e la carriera di Bobby Moore. Ma non solo…

I Tre Leoni sbaragliano i Cafeteros 0-4 in quel di Bogotà. Poi viaggiano quasi immediatamente a Quito per affrontare l’Ecuador dove bissano la vittoria con un sonoro 0-2, nonostante l’altura. Dovrebbero rientrare a Bogotà per partire successivamente per il Messico. Ma le voci consigliano alla delegazione inglese di evitare il rientro in Colombia e preferire il viaggio attraverso Panama.

Il perché è presto detto. Durante l’assenza degli inglesi si fa avanti un testimone, tale Alvaro Suarez proprietario della gioielleria. Suarez assicura di aver visto Moore rubare il famigerato bracciale, nonostante secondo altri testimoni fosse rimasto nel retrobottega per tutta la durata della visita dei calciatori. Il colpo di scena della vicenda sembra uscito dal film capolavoro Uncut Gems, con Kevin Garnett nei panni di Moore ed il ludopatico e tossicodipendente Adam Sandler a impersonare Suarez.

L’arresto del difensore è un terremoto nel mondo calcistico. La poliza colombiana mette in manette Bobby Moore durante la visione di un film con i compagni. Solo l’intervento del primo ministro inglese evita la carcerazione preventiva all’asso degli Hammers che viene ospitato dal presidente dei Millonarios e della Federcalcio locale Alfonso Senior. Moore riesce così ad allenarsi per mantenere la forma, pur seguito da un drappello di guardie armate.

Il caso monta a livello internazionale. Il primo ministro inglese teme che una cattiva performance della nazionale possa far vacillare il consenso al governo. Inizia così un’opera di pressione politica sulle autorità colombiane per chiudere la faccenda quanto prima. Nell’ambiente calcistico c’è una certa incredulità. I Tre Leoni viaggiano per il Messico senza il loro capitano, con Alf Ramsey che inizia a pensare ad alternative tattiche senza Moore a disposizione.

C’è tanta incredulità fra gli atleti, che da sempre considerano Bobby Moore un campione di correttezza. Pare impossibile che il capitano si sia potuto macchiare di un atto del genere.

Vittima di un elaborato raggiro?

Nel frattempo la polizia colombiana prosegue le indagini ed iniziano ad uscire particolari poco favorevoli all’accusa. Innanzitutto il tecnico del Botafogo, João Saldanha, dichiara di essere stato vittima con i suoi ragazzi di una situazione sinistramente simile. Il personale dell’hotel e della gioielleria pareva aver teso una trappola al club bianconero con le medesime modalità, richiedendo un compenso in denaro per chiudere la faccenda. Inoltre le versioni di Clara Panilla e Alvaro Suarez iniziano a contraddirsi. Il bracciale inizia a crescere di valore in modo esponenziale, passando rapidamente da 500 sterline a ben 6000. I diamanti e gli smeraldi incastonati nei cinquanta grammi d’oro si moltiplicano ad ogni dichiarazione, fino a diventare dodici. I sospetti degli inquirenti crescono e si fa sempre più forte l’ipotesi di simulazione di reato.

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Inoltre in un ulteriore interrogatorio la commessa dichiara di aver visto Moore infilarsi nella tasca sinistra della giacca il famigerato gioiello.

Colpo di scena. La giacca di Moore non ha una tasca sinistra.

È il 28 maggio 1970 ed il capitano della nazionale inglese viene rilasciato. La folla intona canti come “Bobby libre” nei pressi della stazione di polizia. Dieci giorni davvero surreali, che misero a repentaglio la carriera di Moore e che rischiarono di creare una insanabile frattura fra l’Europa calcistica ed il continente sudamericano.

Il Mondiale è salvo: Bobby Moore può giocare e stupire di nuovo il mondo

Capitan Moore rientra subito in squadra e si renderà protagonista di un torneo di altissimo profilo. I campioni in carica si arresero nei quarti alla Germania Ovest per 3-2, uscendo di scena dopo aver ben figurato anche contro l’insuperabile Brasile poi campione contro l’Italia.

Proprio la gara, pur persa per 1-0, contro i verdeoro fu il capolavoro del difensore inglese. Nonostante la sconfitta Moore si esibì in una prestazione maiuscola, contenendo nientemeno che Pelè, oltre che un indemoniato Jairzinho. L’eternità di quella sfida e di quella prestazione ci è testimoniata da una immagine, che ogni appassionato di calcio d’oltremanica ha stampata nella memoria. Parliamo ovviamente di The Tackle.

Una azione difensiva da parte di Moore su Jairzinho, così precisa, puntuale e stilisticamente perfetta da essere entrata nella cultura pop britannica. Un vero e proprio paradigma di perfezione per ogni centrale difensivo dal 1970 in avanti. Lo scambio di maglia a fine gara con Pelè fu un momento di football altrettanto prezioso ed ionico. Un simbolo del global game che unisce sotto lo stesso sport oramai ogni continente.

“Bobby Moore was innocent!”

E pensare che tutto ciò stava per essere cancellato da un bracciale. A livello giudiziario l’estraneità del capitano inglese dai fatti di Bogotà viene appurata poco dopo il Mondiale. È decisiva la confessione di Suarez, che ammette il tentativo di truffa architettato ai danni dell’inglese. Tuttavia, nega il sussurrato coinvolgimento del Brasile ventilato da più parti.

Nel 1972 la vicenda giudiziaria viene definitivamente chiusa.

Bobby Moore ne esce senza macchia, ma in molti giurano che lo scandalo di Bogotà ne abbia impedito la nomina a baronetto da parte della Corona. Di Suarez si perdono le tracce nelle nebbie latinoamericane, mentre Clara Pandilla dopo il licenziamento sarà costretta a lasciare il paese per ritrovare un minimo di tranquillità negli Stati Uniti.

Curioso come questa non sarà l’ultima volta in cui un protagonista della Coppa del Mondo rischierà di venir escluso per il furto di un bracciale.

Nel 2002 infatti la disavventura giudiziaria capita a Khalilou Fadiga, arrestato in Corea del Sud per il furto di un bracciale. Il senegalese sarà grande protagonista della rassegna iridata, ma scenderà in campo solo dopo aver ammesso la propria colpevolezza. Colpevolezza che invece Bobby Moore respinse con estrema fermezza per tutta la vita, prima di spegnersi per un cancro al colon il 24 febbraio 1993 a soli 51 anni.

Nessuno mai credette possibile che un gentiluomo ed un gigante dello sport potesse essersi macchiato di un reato così infamante. Pure il gruppo punk “Serious Drinking” dedicò al leggendario centrale di West Ham ed Inghilterra un inno di grande successo.

Fra chitarre distorte e batterie impazzite, il frontman Martin Ling grida: “Bobby Moore was innocent!”


Immagine di copertina realizzata da PSM Sport (base tratta da: British GQ)

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