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Ciriaco Sforza story

“Tre uomini e una gamba” è indubbiamente un cult del cinema italiano e una delle scene più celebri del film ha a che fare con il calcio. Giacomino è costretto a passare una notte in ospedale per via di un’intossicazione ma è privo di un pigiama. Aldo, con tutta la sua nonchalance, riferisce che può prestargli il suo. Il pigiama di Aldo è però una maglietta dell’Inter, quella di Ciriaco Sforza con il numero 21. Questo dettaglio suscita tanta curiosità a Giovanni che domanda all’attore di origine palermitana: “Ma dai, pure tu, ma si può andare a dormire con la maglietta di Sforza?”. Aldo replica con un “Eh, ma quella di Ronaldo era finita…”

Quando il calcio si mischia alla settima arte, ne esce sempre qualcosa di magnifico, di indimenticabile. Il nome di Ciriaco Sforza in Italia resterà sempre associato a quella scena e alla sua stagione all’Inter dove si è rivelato un pesce fuor d’acqua. “Se le persone si ricordano di questo film e quindi anche di me, allora posso prenderlo come un complimento, è una cosa positiva”. La sua modesta carriera non è stata da buttare, anzi.

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Che scena quella scena… (fonte: film “Tre uomini e una gamba”)

Ciriaco ha vestito maglie importanti, conquistato trofei internazionali, compiuto imprese nazionali da leader e ricevuto un divertente insulto da un due volte Pallone d’oro. Tutto questo grazie alla Germania.

Dalla Svizzera al Bayern

Suo padre era un imbianchino delle zone di Avellino che emigrò in Svizzera per tentar la sorte come molti italiani dell’epoca. A Wohlen, nel cantone tedesco di Argovia, il 2 marzo 1970 nasce il piccolo Ciriaco, a cui piace subito avere il pallone tra i piedi. Dopo aver fatto la trafila delle giovanili nella squadra della sua città, nel 1989 passa all’Aarau, si fa notare subito tanto che il Grasshoppers, una delle società più blasonate della Svizzera e prima squadra di calcio ad essere fondata a Zurigo, lo firma subito e in 3 anni, colleziona 75 presenze e 7 goal, oltre al campionato 1990-1991.

Arriva il momento del grande salto e questo avviene in Germania dove con il Kaiserslautern riesce a conquistare il premio di “Calciatore svizzero dell’anno” e a classificarsi al ventunesimo posto del Pallone d’Oro 1994. Nel 1995 ecco la grande “Anruf”, la grande chiamata del Bayern Monaco.

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Sforza con il Bayern (fonte: Twitter Football Remind)

Sforza ci mette tanto impegno e aiuta i bavaresi a conquistare il doblete Bundes-Coppa Uefa, giocando da titolare sia l’andata che il ritorno della finale. Ma in mezzo a gente come Matthäus, Klinsmann, Papin e Scholl, il buon Ciriaco sfigura giusto un po’. A rincuorare Ciriaco ci pensa Roy Hodgson, il suo ex Ct che ha portato al Mondiale americano del 94′, dopo 28 anni di assenza, gli elvetici. Roy vuole lavorare nuovamente con Sforza e durante il calciomercato dell’estate del 1996, Massimo Moratti lo accontenta per la sua Inter. Il Bayern Monaco non ci pensa due volte e quasi lo svende.

Difficoltà italiane

Alla prima giornata Ciriaco segna un goal bellissimo: da un calcio d’angolo la palla arriva a lui, il tempo di un rimbalzo e sinistro che s’infila nel sette. Segna anche in Coppa Uefa, stavolta di destro, contro il francesi del Guingamp, poi lentamente il vuoto.

La difficoltà più consistente per Sforza è la concorrenza nel ruolo, quello di centrale a centrocampo, dove il pupillo del presidente Moratti, Paul Ince, mette sempre tanta grinta e forza atletica oltre a una stimabile tecnica togliendo visibilità e apprezzamenti al nativo di Wohlen. L’Inter arriva in finale di Coppa Uefa contro lo Schalke 04 e dopo 210 minuti di andata e ritorno, i nerazzurri perdono ai rigori anche per colpa di Aron Winter, entrato al posto di Sforza all’81’, che sbaglia il penalty decisivo. È l’ultima partita di Sforza con la maglia nerazzurra. In un anno i tifosi gli possono dedicare soltanto una parola: flop.

Ciriaco Sforza Inter
Eppure aveva iniziato bene… (fonte: calciobidoni.it)

Via vai tedesco

Le cose più belle della sua carriera Ciriaco le fa però di nuovo con il Kaiserslautern con un ritorno quasi da figliol prodigo. Stavolta è Otto Rehhagel che lo vuole. “Ero in vacanza e il telefono continuava a squillare. Se Otto vuole qualcosa non ti molla”. È la stagione 1997/1998, il centrocampista svizzero diventa il capitano della neopromossa squadra della Renania-Palatinato. Con lui in rosa c’erano Michael Schjønberg, Jurgen Rische, Pavel Kuka, Miroslav Kadlec, un giovane Michael Ballack, un vecchio Andreas Brehme e il bomber Olaf Marschall.

Tra i tifosi c’è tanto entusiasmo ma nessuno accredita i “Diavoli Rossi della Germania” alla vittoria finale della Bundesliga. Alla prima giornata la sfida è contro i campioni in carica del Bayern. Ciriaco Sforza, schierato più avanti a centrocampo rispetto ai tempi dell’Inter, in posizione di trequartista, confeziona l’assist decisivo per il goal di Schjønberg che viola l’Olympiastadion di Monaco. Il Bayern perde anche il ritorno al Fritz Walter Stadion. I bavaresi ci provano ma non riescono ad agganciare il Kaiserslautern, che vince il suo 4° scudetto con una giornata di anticipo. Ben 70 mila persone sono scese in strada a festeggiare la prima volta di una neopromossa che vince la Bundesliga.

L’anno successivo tra aspettative, cessioni e innesti non all’altezza, l’armonia al Kaiserslautern svanisce, con Ciriaco che ha pure dei battibecchi con Rehhagel. Nel 2000 cerca di ripartire nuovamente con il Bayern Monaco ma il suo carattere polemico porta l’allora vice-presidente Karl-Heinz Rummenigge a definirlo “Stinkstiefel”, una parola tedesca che significa letteralmente “stivale puzzolente”. Tra tensioni e risposte bollenti Ciriaco però mette in bacheca la sua prima e unica Champions League. 9 presenze, la finale contro il Valencia in panchina ma 20 minuti in semifinale contro il Real. “Zitto zitto” Ciriaco conquista.

Sforza Bayern Champions League
Vincente anche in Champions (fonte: Twitter The League Magazine)

Nel 2002 ritorna nuovamente al Kaiserslautern dove conclude la sua carriera nel 2006, a 36 anni. Nel 2012 per esempio, quando era alla guida del Grashoppers, cade nel tunnel della depressione. Abbandona per due anni il mondo del calcio per cercare di ritrovarsi. Nel 2014 ricomincia da casa, al Wohlen, dove dapprima copre la carica di direttore sportivo, poi ricomincia ad allenare. Il Thun, il Wil e adesso il Basilea sono le ultime avventure di un personaggio che forse nel calcio è destinato a rimanere anonimo e ignorato. Tranne quando, in tv, sui social o sul web, rivedremo quella famosa scena in “Tre uomini e una gamba”.


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Fonte copertina: Twitter Jenny Werle

Di Cosimo Giordano

Opinionista sportivo nel tempo libero, founder di Sottoporta, amo la pizza e il calcio internazionale. Sono quel tipo che ogni tanto ripensa alla carriera di Pauleta e che va a curiosare sulle rose del campionato australiano.

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