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Intervista a… Nii Lamptey

Un’età misteriosa, il trionfo col Ghana ai Mondiali U17 del 1991, l’eredità di Pelé. Un’intervista esclusiva a Nii Lamptey.

L’hotel Golden Tulip di Accra non ha rapporti con l’Africa. Ha soltanto rapporti con l’Occidente, di cui è insieme un’emanazione e un avamposto. Ci vogliono sei ore di volo e una di taxi per raggiungerlo dall’Italia, ma è spesso impossibile arrivare a villaggi distanti da Accra non più di un centinaio di chilometri. Quando lo faccio notare, Nii risponde con serena rassegnazione: “È la prepotenza dei consumi amico mio. Gli interessi del turismo occidentale vengono prima di quelli della popolazione. In Ghana come in qualsiasi altro paese africano“.

Nii non è mai stato bambino

Non è semplice raccontare la storia più controversa del pallone africano, la storia di Nii Lamptey, il calciatore senza età. Sulla sua esistenza tormentata è stato scritto di tutto, e spesso a sproposito. Qualcuno ha persino messo in giro la voce che vivesse nella più assoluta indigenza guadagnando qualche dollaro come taxista abusivo. Nulla di più falso, Lamptey da una decina d’anni dirige una scuola calcio nella località collinare di Aburi, 70 km a nord della capitale.

“Nutro la speranza di poter formare giovani uomini, prima ancora che calciatori. La mia vita è stata un calvario. Tra genitori, moglie e amici non saprei cosa salvare”.

Salverebbe Pelé?

“In uno slancio emotivo mi definì il suo erede. Un’etichetta che ha condizionato la mia carriera. Ogni volta che scendevo in campo sentivo di dover fare qualcosa in più degli altri”.

Si è molto discusso sulla sua reale data di nascita. Forse è arrivato il momento di raccontare la verità.

“Sulla carta d’identità c’è scritto nato il 10 dicembre del 1974, ma è di sicuro sbagliata. Mi creda, non c’è stato inganno. Il 1974 è l’anno in cui sono stato registrato all’anagrafe. Nessuno si è preso la briga di falsificare i documenti. Per chi come me nasce in un villaggio la città è un concetto quasi astratto. Mio padre mi registrò alla prima occasione in cui si recò ad Accra, il 10 dicembre di quell’anno. E’ una prassi diffusa in Africa. Nel tempo mi sono sforzato nel ricordare episodi della mia infanzia, ho raccolto fotografie, oggetti. Ho interpellato alcuni anziani del villaggio dove ho vissuto. Mettendo tutto insieme ipotizzo di essere nato tra il 1968 e il 1970”.

Quindi il bambino prodigio dei mondiali giovanili di Montecatini del 1991 aveva all’incirca ventidue anni…

“Credo di sì, ma non sapendo davvero quando sono stato concepito mi sono sempre aggrappato alla data dei documenti. Anche se in campo facevo la differenza perché ero già un atleta completo”.

Nii Lamptey in Inghilterra ha giocato con Aston Villa e Coventry City
Lamptey in Inghilterra ha giocato con Aston Villa e Coventry City (foto: These Football Times – Twitter)

Non si sente di aver preso in giro il mondo dello sport?

“Fosse stato un inganno studiato a tavolino mi vergognerei a morte. In realtà ho vissuto l’esperienza di centinaia di calciatori africani. Mi creda, non esiste un solo giocatore dell’Africa nera sicuro della data di nascita. Fino a qualche anno fa è stata fatta una sorta di moratoria, dando per scontato la veridicità dei documenti, pur sapendo che non corrispondevano alla realtà. Oggi è cambiato tutto, basta una semplice risonanza magnetica per fugare qualsiasi dubbio. Le ossa delle braccia e delle gambe hanno una placca che cresce gradualmente e quando completa la propria estensione, generalmente intorno ai 17-18 anni, non è più visibile”.

Lei comunque ha iniziato a essere uomo molto presto.

“Ho sempre vissuto di sotterfugi e al limite della legalità. Sono scappato dal Ghana in Nigeria con documenti falsi. Era l’unico modo possibile per incontrare Stephen Keshi, stella della nazionale nigeriana e mio padrino sportivo. Grazie a lui ho potuto raggiungere Bruxelles. L’Anderlecht ha persino cambiato le regole per consentirmi di scendere in campo prima dei 16 anni. Col senno di poi mi rendo conto che non ce ne sarebbe stato bisogno…”.

Fuggiva per affermarsi o stava scappando da qualcos’altro?

“Volevo mettermi alle spalle un’esistenza di botte e sevizie. Mio padre era spesso ubriaco e non perdeva occasione per alzare le mani. Le vede queste cicatrici sulle braccia? Sono i segni delle sigarette che mi spegneva addosso. Non voleva che giocassi a pallone, ma io sapevo che il calcio sarebbe stato l’unico modo per riscattarmi e allontanarmi dall’inferno”.

Dal Belgio all’Olanda, ma al Psv iniziarono i primi veri problemi.

“Mi ero fidanzato con una modella conosciuta in Ghana, Gloira. La sentivo tutti i giorni al telefono e il Psv mi multò dopo che avevo speso 20mila dollari in bollette. Quando mi raggiunse a Eindhoven di fatto vivevamo in camera da letto. Ero felice con lei, ma privo di energie…”.

L’Inghilterra poteva essere un nuovi inizio, invece che cosa accadde?

“Ho vissuto momenti indimenticabili all’Aston Villa. L’allenatore, Ron Atkinson, mi voleva bene e mi trattava come un figlio. Al Coventry è andata peggio, poi è cominciata una discesa rapida. Gli anni passavano e diventavo un calciatore normale. Non sono mai stato un fuoriclasse, ma facevo la differenza da adulto tra i ragazzini. Nel calcio dei maggiorenni stavo nel mazzo come tanti altri. Andai in Italia al Venezia, in Argentina, in Turchia, Portogallo, Germania, Cina e Arabia Saudita. Ero costantemente in fuga. Stavo anche diventando vecchio, nonostante quello stramaledetto documento. Così decisi di tornare in Ghana e aprire la scuola calcio”.

Ha più rivisto Pelé?

“No, ma non gli serbo rancore, anche se ha condizionato tutta la mia vita”.

Con la risonanza magnetica imposta dalla Fifa nei tornei giovanili non ci saranno più casi Nii Lamptey.

“Meglio così. E’ giusto che il talento venga a galla con naturalezza, senza sospetti. In gioco non ci sono soltanto interessi economici, ma la vita stessa delle persone”.

Che cosa farà da grande Nii Lamptey?

“Mi piacerebbe allenare la nazionale del mio paese. Ci sono troppi tecnici stranieri in Africa. Un tempo aveva un senso, perché erano gli unici a sapere come disciplinare tatticamente una squadra. Oggi invece noi africani siamo più preparati. Tutti bene o male siamo reduci da una carriera in Europa che è un arricchimento. Anche se caratterialmente rimarremo sempre degli individualisti in campo”.


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Fonte immagine di copertina: Twitter NLA SoccerCash

Di Luigi Guelpa

Luigi Guelpa (1971), giornalista professionista, vive tra Vercelli e Malaga e si definisce un bracconiere di storie. Racconta ormai da più di trent'anni l'Africa e il Medioriente per le principali testate giornalistiche italiane. Nel 2010 ha vinto il premio Selezione Bancarella Sport.

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